Ali Cham

LA VOCE DI ALI’


L’ “immigrato” che parla con gli occhi
Ci sono riscontri che nella vita mai vorresti avere e quando la realtà ti aggredisce con tanta anzi, troppa crudeltà impari a tacere.
Impari a parlare con gli occhi.
Osservare è ciò che ti rimane. Sentire il rumore dei passi altrui con lo sguardo non più con l’udito, poicheé hai imparato a soffocare la parola per proteggerti e sopravvivere.
Per salvarti.


Ma la salvezza è più silente dello sguardo poiché richiede il coraggio di tacere. Richiamare il silenzio per capire le mosse di chi la voce la usa per imporre la propria crudeltà in quel deserto d’acqua che ti fa sentire il vero profumo della vita: la libertà. Un concetto cosi’ apparentemente chiaro come quelle acque limpide che ti avvolgono mentre attraversi le onde con un gommone circondato da chi della libertà ne è alla ricerca. Il sentirsi libero assurge a concetto aulico laddove si rischia di non possederla più quella libertà cosi tanto pretesa. Questo però accede quando l’ingiustizia generata e, a mio avviso, degenerata dall’uomo determina la persistenza o meno del respiro altrui. Ecco, dunque, che il coraggio s’innalza a resistenza; alla lotta continua del vivere. E lo sguardo sostituisce la voce perché se le parole fuoriuscissero, smozzerebbero il respiro per l’eternità. Gli occhi ti salvano la vita perché parlano nel silenzio che tra le onde del mare diventa l’unico mezzo di comunicazione.
Alla ricerca del vivere è rivolta la voce di Alì, colui che parla con gli occhi, il ragazzo del mare che ricerca solo il senso della vita. E lo fa nel totale rispetto della cultura civile d’uso, legale e linguistica dell’isola del sole che l’accoglie. La particolarità che contraddistingue Alì è la sua volontà di rispettare la cultura giuridico-sociale sarda e italiana poiché laddove il mondo è di tutti, la terra è ben delineata da confini culturali, legali, consuetudinari e linguistici. La sua caparbietà gli ha permesso in un solo anno di raggiungere un livello linguistico tale da conseguire il diploma e approcciarsi al mondo musicale del rap che lo ha assorbito a tal punto da trasformare la passione in lavoro.
Ha affrontato il mare, il silenzio che dava voce al suono delle urla di coloro che del mare ne han avuto il dominio, così come della sua vita. Ma nonostante ciò ha avuto la tenacia di lottare contro i pregiudizi e farsì che l’intelligenza prevalesse sull’ignoranza dimostrando a tutti che c’è la via per integrarsi e vivere l’immigrazione, quale stato iniziale d’inserimento e non come uno stile di vita permanente. Alì in pochi anni è riuscito a realizzare ciò che alcuni non realizzano in una vita intera senza bisogno d’essere immigrati. Che concetto goliardico quello d’immigrato se lo si valuta come condizione mentale! L’immigrato letteralmente eè “colui che si è trasferito in altro paese; in senso specifico riferendosi ai soli spostamenti determinati da dislivelli nelle condizioni economiche dei vari paesi; chi si è stabilito temporaneamente o definitivamente per ragioni di lavoro in un territorio diverso da quello d’origine”. Il Treccani ne da’ un senso specifico addirittura !! La specificità dell’essere immigrato concettualmente risiede nella lotta con l’apprendimento linguistico accelerato? O nella ricerca estenuante di un lavoro che mal corrisponde agli studi fatti precedentemente? O ancora nell’inserimento sociale? O nel settore culinario, fin troppo sottovalutato!! Ben vorrei comprendere il senso di questa specificità nel reale di un ragazzo che gestito dalle mani sporche di uomini indegni di tale definizione, affronta l’ignoto per appropriarsi di un’identità nel mondo.
Ali, proviene da una famiglia ben acculturata con una madre presente e lavoratrice, ma la condizione di vita in alcune parti del mondo non concede la sopracitata libertà di cui Ali è alla ricerca. Perciò ha deciso di camminare sul mare con un gommone circondato da altri occhi eloquenti, ma bocche silenti poiché solo il tacere li concede di vivere. E fece tutto ciò pagandone il prezzo, non solo economico, ma anche quello della privazione della libertà personale all’interno di una cella dalle mura indimenticabili. Poiché attraversare il mare con un gommone non è stato per Ali e i suoi compagni di “lotta del vivere” l’unico ostacolo a rimanere vivi. Quando decise d’intraprendere questo viaggio ha permesso alle mani sporche “degli uomini per definizione” di gestire la sua vita. E così fu. Tanto che il suo percorso verso la libertà fu deviato per essere incarcerato e poi rinviato al cammino del mare, dietro pagamento del servizio.
Ali pagò la sua libertà ai suoi aguzzini e riprese il viaggio intrapreso con meno amici (che non hanno potuto pagare), ma con più coraggio. Il coraggio silente di chi vuole vivere. Si tratta del silenzio della sopravvivenza che ha spronato Alì a continuare la sua lotta e ad approdare in terre sarde.
La Sardegna, può apparire un luogo diverso per alcuni, lontano per altri o un altro mondo per i poveri di criterio cognitivo. Ma per chi ha avuto l’esperienza di approdarci prospetta in sé un amore platonico di cui non si può essere consci, inizialmente. L’accoglienza tipica locale è ben dimostrata da chi nelle comunità d’accoglienza ci va volontariamente per spirito comunitario e dedito al prossimo. E sarà lì che Alì troverà le mani di colei che stringerà le sue e percorrera’ il cammino con lui. Un nuovo cammino, quello della vita. Ali vuole viverla e lo farà con la forza tipica della sua terra d’origine e stringendo nuove mani, pulite e pure. Quelle di Giulia, la ragazza della terra del sole.


Ali è originario della Gambia, precisamente è nato e cresciuto in New Jeshwang e risiede a Cagliari da circa 2 anni. Ha conseguito il diploma di licenza media superiore e lavora nella musica, ossia canta e produce i propri pezzi musicali. La sua perseveranza nell’integrarsi in una città diversa da quella originaria, si denota nel suo costante impegno nell’incentivare i suoi concittadini nel lavorare onestamente e cercare il piu’ possibile di condurre una vita sociale dignitosa nel rispetto delle norme giuridico-sociali cagliaritane. La sua storia è da esempio per chi ha la presunzione di conoscere l’immigrato e classificarlo ab origine come delinquente. Ali ha avuto e ha tuttora un rispetto del nostro paese che a volte neanche noi italiani abbiamo, presi dalle nostre continue lamentele.
Ben troppe volte si confonde l’accoglienza con l’illegalità; la benevolenza con il buonismo e il rispetto delle regole con il razzismo. Lo scontro politico-sociale ben poco m’interessa da immigrata o meglio emigrata vista dalla prospettiva italiana, ma la storia di Ali, si. Poiché è l’emblema della lotta per vivere del rispetto sociale e giuridico. E questo rispetto gli è dovuto non in quanto immigrato, bensi’ in quanto persona, o meglio UOMO del tutto meritevole di tale appellativo categorizzante. Il viaggio percorso da questo giovane ragazzo è stato avvolto da svariati avvenimenti che taccio per rispetto della sua dignità e fiducia datami nello scrivere di lui. Ma, essa ricorda ogni giorno a ognuno di noi cosa significa lottare contro la morte e la crudeltà che l’uomo infligge. Negli occhi di Alì risiede il mare di conoscenza che ha visto e ha dovuto tacere per rimanere in vita. E a quel tacere, a quel silente tacere vorrei dare voce.
E ricordare a tutti che quegl’ occhi hanno un nome. E il nome non è “immigrato”, bensì Ali.
E la sua voce va ascoltata.

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