DOMENICO IZZO

L’artista dell’ascolto


L’eleganza e la classe si fondono all’unisono in un conubio vocale che s’interpone tra la reale pronuncia timbrica e la mia impressione personale dell’altrui conversare. Un’eleganza pacata, non timida, bensì arguta e introspettiva che determina una sicurezza argomentativa da non tralasciare. Capita ben poche volte d’intraprendere una conversazione con chi della voce ne fa un metro indicatore della conoscenza. Fu una scoperta per me apprendere che la timbrica possa essere usata ai fini conoscitivi lungo il discorrere incosapevole. Agli albori conversativi nella mia molteplice complessità mentale, pensai sarebbe stato arduo per me entrare nella personalità di qualcuno che analizza il livello vocale, in modo così intimo e riservato.

Domenico Izzo


Tutt’altro. Parlare con Domenico fu tutt’altro che un sentirsi in giudizio mentre prende piede il mio dire su di lui. Fu una scoperta capire che più incontri personalità simili alla tua seppur differente più è semplice conversare nella totale sapienza. Ciò che l’ha contraddistinto è stato proprio il suo sapere consapevole e pacato. Fu, dunque un continuo scoprire durante il conversare ardito e ricco di conoscenza quello intercorso tra me e Domenico, in merito alla sua passione per la musica. Il genere prescelto è proprio quello delle corde vocali “elitarie”, così da me considerate le rarità talentuose meritevovli di un elegante rispetto congiunto alla piena ammirazione per gli esecutori di un’arte prima, quale è il jazz. Parlo d’esecuzione in termini attuativi di un profilo artistico non accessibile ai molti poiché l’abilità esecutoria non è comune. Lungi da me improntare in termini riduttivi l’esplicazione del talento artistico dei cultori, decido invece di porre l’accento sulle doti esecutive di un’arte suii generis, da parte di un seguace dei musicisti e cantanti d’altri tempi, come è appunto Domenico Izzo. Il suo talento vocale è un tutt’uno con un’eleganza rara, quella ben poco riscontrabile nell’attuale realtà che per natura sociale è restia a capire ciò che non conosce. E io mi chiedo costantemente quale sia la motivazione e a dire il vero, pur sapendola, stento ad accettarla. Secondo Domenico, il quale è una persona incline alla riflessione “la maggioranza delle genti specialmente in Italia è abituata a capire solo ciò che conosce. Dunque è ben inteso il motivo per cui questo genere non arrivi, in quanto non lo si conosce. Tendenzialmente non è comprensibile dagli stessi, proprio per le sue origini poiché il jazz nasce dalla realtà schiavista americana, esprimendone l’amaro disagio che da essa consegue.” Un “disagio” appunto emblematico di una difficoltà del vivere che seppur più crudele e nettamente imposto in una dimensione sociale diversificata, rimanda alle difficoltà di una realtà italiana in crisi. Quella dalle scarse risorse socio-culturali che gli regala un imponente senso di frustazione, infatti sostiene che: “talvolta mi ritrovo a realizzare un pezzo e lo accantono, costretto dalla mancanzza di professionisti capaci di accompagnarmi nella realizzazione dei testi. Poi, vi rinuncio vista l’inesistenza di coloro che mi possano aiutare a tramutare i versi in musica”. La mancanza di mezzi riduce la creatività di Domenico in modo ingiusto e inificia gli sforzi rivolti a concretizzare il suo talento, ma non né limita la passione che alla base vi risiede. Per l’emergente cantante “questo genere musicale è uno stile di vita così come la musica stessa. Di esso t’innamori, poiché vi è tutto” .Una passione emozionale quindi che trova la sua massima espressione nell’ottimismo che Domenico predilige trasmettere agli altri con la sua voce. “ Le note musicali stesse ti procurano un’emozione. Le si possono utilizzare a proprio compiacimento per determinare una precisa sensazione come ad esempio accade con il Do maggiore che si traduce nella felicità in opposizione al Do minore espressione di tristezza.”


La decisionalità esecutoria deriva dai suoi stati d’animo che meglio si coniugano alla positività e beatitudine d’animi. Del resto, la musica è quel rifugio in cui si costruisce un proprio mondo dove potersi esprimere nel rispetto del proprio intimo essere. In altri termini, la musica è una “necessità…l’unica cosa che mi faccia sentire vivo”. Ed eccola! La famigerata esigenza del vivere riemerge sempre dai profondi lati oscuri di ognuno di noi, che la sperimenta privatamente dandone quasi un accenno timido al momdo esterno. E, Domenico la sperimenta tramite il suo alter ego musicale, ossia il pianoforte. Potreste ritenere un’assurdità tale mia corrispettiva e reciproca definizione data, ma solo chi vive una passione così travolgente potrà intenderne il senso. Talvolta parte in te quest’esigenza di creare e la mente comincia a percorrere i suoi luoghi di chiusura all’esterno. Sono gli stessi che ti permetteranno di percorrerti, in termini metaforici, e di soddisfare quel continuo richiamo all’emozione creativa, la quale nel caso di Domenico, se accompagnata dal pianoforte gli permette di raggiungere la massima espressione musicale. “Ogni strumento trasmette un’emozione e quando mi supportano nell’esecuzione col pianoforte è per me il massimo amplesso emotivo”. Il potere delle note è quello di regalare emozioni, le quali ci servono per vivere e sostenerci come reagenti all’apatia sociale. Le note sono capaci di determinare i nostri stati d’animo, soprattutto nel caso in cui la dote empatica si unisce alla capacità tecnica, come accade con Domenico. Egli vive nella musica ama cantare e lo fa trasmettendo tutto il suo ottimismo, consapevole che ogni sua interpretazione d’arte elitaria jazzista richiede emotività e studio. Ben cosciente della necessità di impegno tecnico totalizzante, considera la musica “una vera e propria professione a tempo pieno”. Cerca di conciliare la sua passione con il percorso di studio intrapreso di Scienze della Comunicazione e la collaborazione con una testata giornalisticaper la quale cura la rubrica musicale per le quali scrive costantemente. Lega, dunque, la concretezza del vivere al suo sogno artistico-musicale, avendo come massimi ispiratori esponenti d’alto rango musicale come Frank Sinatra (per il suo stile), Louis Amstrong (per la voce sporca che dà una dolcezza assoluta) e Freddy Mercury (che nella musica ci viveva proprio). Questa è la sua massima virtù, ossia quella che lo porta a scegliere di vivere nella musica perseguendo così la felicità. Essa per Domenico si riempie di un significato talmente semplice da essere al contempo difficile da raggiungere in un mondo siffatto. Consiste “nell’appagamento totale derivante dal vivere una vita senza rimorsi facendo ciò che si ama fare. La felicità non è avere tutto, ma riuscire a fare quel che si ama, senza necessariamente avere ogni cosa materiale. In fondo non bisogna avere tanto per essere un cantante felice.”


Esattamente, Domenico! Basta avere la tua umiltà unita alla tua sottile arguzia nel comprendere le persone, poiché “è un modo di vivere, il capire!” Vi sono svariate modalità di compresnsione dell’altrui interiorità e il giovane crooner non ne ha scelto una. Non ne ha avuto bisogno, in virtù del fatto che nasce con la naturale propensione alla conoscenza per mezzo dell’ascolto. Ascoltare, non pare un fare così arduo per chi non riesce a leggere tra le righe ciò che Domenico intende. Vi è un’interconnessione esemplificativa convergente nell’essere e apparire, quando tratti dell’udire. In tal caso l’orecchio la fa da padrona e funge da metro indicatore della qualificazione dell’interiorità del parlante. Interagire con chi usa in modo analitico il timbro vocale, non è cosa agevole laddove intendi carpire l’essenza, per me che di contro uso l’osservazione. Con lo sguardo mi capita quasi sempre di aprire quell’ermetica realtà interiore che sottintende un’analisi arguta e scrutatrice dell’altrui personalità e mi concede di valutare chi parla. Vi è una differenza arbitraria che conduce alla stessa finalità, ossia quella di comprendere silenziosamente le persone. Lo si fa tramite lo sguardo, ma anche per mezzo dell’orecchio. Ognuno si concede a proprio modo lo studio conoscitivo dell’altrui personalità. In modo silente, lo sguardo concede l’assimilazione visiva prima, e mentale poi delle particolarità altrui che la parola non consente a chi apprezza guardare o ascoltare, come nello specifico caso. Con Domenico, dunque, l’ascolto assurge a mezzo di comunicazione che si serve da un lato dell’orecchio e della voce dall’altro. Il primo raccolglie quelle nozioni corporee che la seconda gli dà durante la conversazione, imponendosi di conseguenza come metro decisorio. Il giovane crooner possiede un rara qualità, ovverosia quella di dedurre la persona dalla voce. Direte, voi, che sia una banalità tale considerazione. In effetti lo è per chi non comprende la potenzialità che ha la voce di calibrare e determinare ciascuno di noi…”…Dal modo in cui si usa la voce si scoprono tante cose della persona che parla…” . In base alla vocalità si può delineare in modo generale la personalità di chi ne sta facendo uso. Si può giungere a comprenderne le menzogne, l’insicurezza o addirittura la volontà di predominare. Lo si può fare, certo, ma non tutti vi riescono trattandosi di una dote propria di chi vede “…la propria vita volare sull’orecchio…”, come Domenico asserisce.
E, tu giovane crooner dalla sottile intelligenza, lo fai con assoluta eleganza che da una parte ti qualifica come abile nell’intravedere la verità della persona semplicemente ascoltandone la voce. Dall’altra ti definisce come l’artista dell’ascolto, colui che va oltre il sentire, bensì propende alla profondità dell’apprendimento. Una caratteristica disconosciuta dalla moltitudine che è inclusiva della cosiddetta “fame del sapere, conoscere e capire”. Per chi come Domenico Izzo necessita dell’ascolto conoscitivo, il mezzo funzionale ad esso lo riscontra nella musica “che è espressione, non è una cosa univoca. Se riesci a essere artista, sei capace d’esprimerti con l’arte. Essa racconta una storia e così l’artista. Egli lo fa a modo suo; questo lo differenzia.”
E Domenico Izzo con la propria voce racconta la sua storia. Quella dell’artista dell’ascolto.

Domenico Izzo

Cosa rappresenta per te la musica?
La musica è un modo di raccontarsi, un linguaggio più istintivo e diretto della parola, una benedizione per chi ne vive e una maledizione per chi l’ama.
La musica, nella mia vita, ha scandito il battere di ogni momento da quando ho memoria, dunque per me rappresenta una sorta di amica, con vari umori in base al periodo, alla quale confidare le proprie emozioni. Un’amica come la musica è la custode dei più intimi momenti della vita, di quei momenti quando tutto sembra andare storto e senti di dover mettere le cuffie per evadere per qualche ora.
Il problema sorge, quando l’amicizia diventa amore e quell’amore non è corrisposto: in quel momento, non c’è passione che tenga.
La musica è il mio sogno e al contempo la mia più grande paura: costruire un progetto musicale, agli esordi, è come costruire una casa sulla sabbia.
La musica è, quindi, per me passione e odio, che si rincorrono continuamente. L’uno annulla l’altro, fino al momento in cui uno dei due prevarrà.
La musica è il diavolo e l’acqua santa.
Il crooner, una tecnica particolare che t’appartiene. Qual è per te la chiave giusta per emozionare il pubblico?
Il canticchiattore, da sempre definito come il cantante corteggiatore, per la predilezione al cantare brani che parlano di amori struggenti, è nient’altro che un cantante che predilige la pacatezza e l’intimità nei toni alla potenza. Quella dei crooner più che una vera e propria tecnica, rappresenta un’evoluzione di uno stile del cantato che grazie all’avvento dell’amplificazione elettronica, perde la necessità dell’ampolloso sfarzo lirico, ricco di potenza, e diviene più intimo e confidenziale. Il crooner, o canticchiatore, nasce proprio da questa nuova possibile intimità che viene sfruttata al massimo creando un rapporto quasi di corteggiamento tra il cantante e il microfono, con toni intimi, confidenti, a tratti sussurrati, anche se non mancano accenti di potenza vocale.
I crooner singers nascono con il Jazz, ma si diffondono, con più o meno successo, in tutto l’ambiente musicale “leggero”.
Spero di essere stato abbastanza sintetico, ma basta dire che un crooner, non canta di potenza, ma canticchia, quasi riducendosi al parlato in alcuni punti, riducendo il suo cantato ad una conversazione in musica tra lui e il pubblico, attraverso un microfono. Il racconto lega tutti i generi musicali, naturalmente, ma quello tra il crooner e il suo pubblico, in alcuni casi, diventa un rapporto quasi ipnotico.
Necessità di questo stile particolare è la presenza di un’orchestra, che forse è la più grande difficoltà, oppure di un trio batteria-basso-pianoforte, poiché la voce deve essere lo strumento leader della melodia.
Uno stile così poco energico, se confrontato con l’Hip Hop e il Rock, ha bisogno di un grande intrattenitore per catturare il pubblico: Nate Cole, Frank Sinatra, Modugno, Fred Buscaglione, prima di essere dei grandi interpreti erano dei grandi intrattenitori. Essi stregavano con l’eleganza, vocale e fisica, il pubblico che ascoltava ammutolito.
Naturalmente nessuno di loro era un “pifferaio magico”. La loro magneticità risiedeva nell’insieme di tecnica, eleganza, talento e sicurezza. A parer mio, la chiave per catturare il pubblico è coniugare nel modo più conforme a sé stessi questi 4 fattori, anche se devo ammettere che la teoria è sempre e solo teoria.
I trucchi del mestiere sono tanti, vengono dall’esperienza, dalla consapevolezza dei propri mezzi. Io, personalmente, avendo poca esperienza dal vivo, sono in difficoltà quando mi trovo di fronte ad un pubblico grande; non tanto nel cantato, quanto nella rottura della quarta parete, che resta ben solida di fronte a me. Naturalmente chi ascolta percepisce quello che voglio comunicare e capita che si emozionino, come io mi emoziono ascoltando le mie playlists. Questo per me è il punto focale: se almeno una sola persona recepisce l’emozione che voglio trasmettere in una canzone, ho in parte raggiunto il mio obiettivo.
Il Jazz. Un sogno da inseguire e realizzare. Perché prediligi tale genere?
Il Jazz è complesso. Il Jazz è complesso da capire, da conoscere, da interpretare, ma facilissimo da ascoltare.
Se dovessi spiegare cos’è il Jazz ad una persona che non ne ha mai sentito parlare, le direi che il Jazz è una sorta di commedia d’arte, in cui gli attori sono sostituiti da musicisti, i canovacci da una ritmo melodico comune, sui quali ogni musicista si basa per l’improvvisazione, ma il soggetto resta sempre lo stesso, ossia la società nelle sue mille sfaccettature.
La musica Jazz ha una derivazione popolare, nasce dalla musica nera, dai canti degli schiavi afroamericani che scandivano il ritmo di lavoro nelle piantaggioni delle colonie del sud coloniale americano. La musica Jazz è considerata colta, tuttavia, come la musica operistica.
Il Jazz è diverso ed è per questo che mi affascina magneticamente anche se, ovviamente, per mancanza di competenza al momento lo ammiro da molto lontano.
La mia aspirazione musicale principale è di raggiungere l’“improvvisazione organizzata”, che contraddistingue i jazzisti. Inoltre spero di aggiungere strumenti alle mie competenze, tanto da poter usare la mia voce come voglio, senza limitazioni. Naturalmente, ci vorrà molto studio, allenamento e sacrificio.
Il Jazz, però, non è l’unico genere di cui sono innamorato, è solo quello che più suscita la mia curiosità. Ascolto e tento di interpretare, brani e note dei più svariati generi musicali. Escluse le manifestazioni musicali più estreme, come metal o musica leggere adolescenziale, ascolto di tutto: da Modugno a Pavarotti, dai Queen ai Nirvana, passando per Sinatra, Armstrong, fino ad arrivare ad Eminem, Marracash e, ahimè, anche la trap, che tra un rumore indistinto e l’altro, produce molti album che meriterebbero più risalto.
In conclusione, non penso che tutto ciò che al genere Jazz venga indirizzato sia interessante. Ci sono alcuni artisti jazz che mi annoiano, ma il problema di un genere così e che anche quella noia è accompagnata da un matrimonio musicale perfetto. Anche se un musicista, un cantante o un’orchestra jazz ti annoiano, lo fanno comunque con stile e questo può essere fatto solo quando si fa arte ad un livello superiore.
Qual è secondo te la maggiore difficoltà che un emergente incontra nella sua affermazione?
Si può rispondere con una semplice legge di mercato: l’offerta è superiore alla domanda.
Se ne può uscire, ovviamente, solo grazie ad un’altra legge di mercato: diversificazione e qualità portano al successo.
Questo in teoria.
Nella pratica (ora parlo della mia esperienza) quando vuoi fare qualcosa di diverso, che possa anche lontanamente essere inteso come “complicato”, in cui bisognerebbe mettere impegno, le persone che non condividono allo stesso livello la tua passione scappano e, se trovi qualcuno, direi giustamente, presenta un preziario al quale un emergente non può fare fronte.
Al giorno d’oggi, produrre un album decente, pubblicizzarlo, sponsorizzare un merchandising, sono operazioni tanto facili, che hanno spinto milioni di persone a tentare la fortuna, cercando la strada facile per soldi e successo. A complicare il quadro già intricato dalle possibilità tecnologiche del 2000 ci sono i talent shows, magazzini di potenzialità inespresse, in cui riversano il proprio impegno ragazzi e non, per tentare un momentaneo successo e raccimolare quei 4 spicci che le majors ai quali si prostituiscono li danno, finendo inevitabilmente nel dimenticatoio quando un nuovo vincitore si profila all’orizzonte e il mercato deve essere pulito dalle tracce del precendente.
Ricapitolando, il mercato è saturo, il successo richiede qualità e un prodotto nuovo e mai sentito, cosa alquanto impossibile dato che la sperimentazione musicale ha toccato quasi ogni strada. Chi sa fare spesso ha paura di rischiare e chi vuole rischiare esige garanzie che difficilmente può ottenere. I dischi sono facili da produrre e da pubblicizzare, ma il mercato è saturo e le etichette non accettano di buon grado l’imporsi di artisti autoprodotti. I talent shows sono l’ultimo viale prima della fine per quasi il 90% dei vincitori, figuriamoci per quanto riguarda i sconfitti.
Sembrerebbe esagerato, eppure…
Il problema dell’emergere nella musica non è la difficoltà nel farsi ascoltare, ma la difficoltà di sopravvivere da pesciolino appena nato in un mare commerciale fatto di squali.
Quindi, a me non interessa il successo immediato, ma di riuscire a vivere della mia passione, poi, quando e se dovesse passare il treno che porta alla grande massa, sarò pronto a saltarci su. Fino a quel giorno massimo impegno anche se il risultato stenta ad arrivare.
“Ascoltare e sentire”. Si tratta di un precetto mentale che non tutti possiedono. Cosa significa per te saper ascoltare?
Al di là delle differenze semantiche tra le due parole, è per me importante capire chi sente e chi ascolta. Troppo spesso si ha a che fare con persone che non ascoltano quello che si dice, ma sentono le tue parole e aspettano il loro turno per rispondere, invece che concentrarsi sull’ascolto. Questo attegiamento aumenta le possibilità di fraintendimenti.
L’arte presuppone, per essere compresa, una sensibilità, una percezione, che un ascolto superficiale non permette.
Ascoltare è uno strumento utile per conoscere un’altra persona. Si capisce molto più di un soggetto dal modo in cui parla e canta, che da uno sguardo.
Educare le persone all’ascolto è importante, così come lo è educarle a guardare, piuttosto che a vedere.
Con la voce si possono esprimere sentimenti che non possono essere spiegati a parole, ma percepire queste emozioni con un ascolto distratto è impossibile.
Qual è la realtà in cui Domenico vorrebbe vivere?
Esattamente questa, perché non posso immaginare le conseguenze che potrebbe avere fare anche un solo cambiamento. Penso che la società un giorno si evolverà, o continuerà ad involversi, fino al punto di mutare di nuovo, come è successo con ogni schema sociale della storia. Fino a quel giorno, suppongo sia necessario vivere nel miglior modo possibile e cercare, ove sia possibile, di aiutare chi è in difficoltà.
Cosa non deve mancare mai in una performance?
Il pubblico.
Spiego: il pubblico non sempre è presente, quando il pubblico è distratto, non ascolta, si distrae, chiacchiera, la pressione aumenta, anche se magari non è per un tuo errore, ma per un loro mancato interesse. Invece quando il pubblico è interessato, partecipato, la performance migliora, diventa rilassante cantare, diventa come una conversazione tra amici quindi migliora anche la qualità dell’esibizione.
Un altro dettaglio importante che non dovrebbe mancare in una performance è la sinergia con chi ti affianca. Si tratta di un dettaglio indispensabile e importante. Quando c’è sinergia, anche se si sbaglia, la performance non ne soffre.
“Gli strumenti trasmettono un’emozione”. Raccontaci cosa significa per te essere accompagnato da uno di essi quando canti.
La voce, da sola, è uno strumento non sufficiente e alcuni strumenti sono magici, quando a suonarli ci sono mani capaci. Personalmente, ho avuto la fortuna di essere accompagnato nelle mie poche esperienze live da un pianista molto capace e, su alcuni brani, le note del piano erano magnetiche.
Il pianoforte e le 88 note…essere accompagnati da un piano è emozionante! Permette una libertà musicale incredibile.
Quali sono le tue aspirazioni future?
Confucio disse: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno in tutta la tua vita.”
Penso sia troppo facile, ma il mio sogno è di vivere di musica. Viaggiando per il mondo, ma lasciando le mie radici qui dove sono nato.
I soldi e il successo di massa sono un plus, un’aggiunta alla realizzazione di un sogno, una possibilità di investimento, un mezzo per migliorare la qualità, ma il mio sogno è di vivere di musica. Poi se dovessero arrivare vagonate di soldi, ben venga! Non sono un finto buonista, tutti vorrebbero vivere in una villa gigantesca, indossare milioni di euro in vestiti e gioielli, avere lo yacth e la Lamborghini. Ma è un sogno lontano e non è indispensabile tutto quel lusso per vivere dignitosamente.

Domenico Izzo si racconta:
Io sono Domenico Izzo e sono nato a Sant’Agata de’ Goti nel 1997, ed è qui che spero di restare, sicuramente con il mio cuore, anche se dovessi andar via.
La difficoltà di avere un sogno come il mio è che ci vuole tanta pazienza anche solo per capire se sia realizzabile o meno. La musica accoglie e culla solo poche persone e spero di essere uno di quei baciati. Mi impegno e lo farò sempre per vedermi realizzato, anche se questo vuol dire andare a casa di ogni musicista che conosco, che potrebbe collaborare con me, fino a che non troverò le persone con le quali intraprendere il viaggio finale, verso l’arte. Per il momento, sono poco più che un’imitazione di altri artisti. Questo serve a me per imparare, studiare, capire e a chi mi ascolta, spero, per criticare i miei sbagli, in modo che possano essere corretti.
Noi umani siamo tutti diamanti grezzi, solo che, nella maggior parte dei casi, abbiamo paura delle critiche. Io, invece, ci sguazzo, amo sbagliare, mi butto, cerco sempre l’errore, perché quando arriva, ti dà un’insegnamento che ti sarà utile in futuro.

Domenico Izzo, https://www.youtube.com/watch?v=uiG8jVEw3DU

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