IRENE, L’artista dei fili rossi

I fili rossi segnano la pelle,
come quella fitta al petto
che pervase gli animi
impreparati alla notizia di tormento,
quasi recepita, ma non accettata.
I fili rossi segnano le loro forme curvilinee con beatitudine
in quel logorante dolore in cui la vita risiede.
I fili rossi segnano e rimangono lì,
come segno del tuo nome impresso nel confine
che intercorre tra me e te. Lì in quel limbo di vita
che ti ricorderà nei sottili fili della vita.
I fili rossi segnano il tuo nome su ogni tela
che funge da sfondo della mia vita.
I fili rossi segnano te in me e legano quel noi che la vita ci ha tolto,
ma che l’arte ci dona.
I fili rossi segnano le tue mani ogni volta che dipingo
e lego quel corpo all’universo in cui risiede l’impercettibile
essenza del mio essere: il tuo sguardo.
I fili rossi s’intrecciano come le nostre mani hanno fatto
e faranno sempre, saldate dal percepire non più
dallo sfiorarsi.
Quei fili rossi, strazianti.
Quelli delle urla implose nella mia mente che chiedono
la risposta della mia arte.
Quelli del maledetto ricordo che riemerge forte nei
momenti in cui devi parlare a te stessa.
Quelli benedetti dalla mano divina,
che mi permettono di farti vivere nel mio oggi.
I fili rossi segnano il legame indissolubile che sussiste oltre
lo spazio e il tempo.
I fili rossi segnano il tuo segno nella mia esistenza.
Gli stessi che non si slegheranno mai.
Impressi.
Immobili.
Rimarranno lì, come segno di noi.

I fili rossi conducono la vita di Irene, legandola all’arte più di quanto uno strumento possa fare. L’instaurarsi di questo legame è a monte, quando Irene dà i primi segni di rifiuto generale di tutto ciò che l’arte le rappresentava. Una reazione repulsiva al suo essere futuro. Quale presagio particolare che sconfina in una ricerca di sé. Quel particolare “…sé che la vita rende stretto, opprime…” . E, bisogna liberarlo, lasciarlo andare per permettergli di prendere forma nel mondo. Irene, il suo, lo ha trovato nei fili rossi che firmano i suoi dipinti, come se fossero la sua pelle.
C’è sempre un percorso che ci porta a capire chi siamo e cosa vogliamo ricercare nel nostro vivere. Talvolta la vita si rivela più ardua per alcuni, dispiegandosi nella sua natura più primitiva, tanto da ledere gli animi più forti. Come quello di Irene, che si è ritrovata a scontrarsi con essa prima di un tempo ragionevole, toglienodole una parte di sé. Lo stesso che l’ha condotta a mostrarsi nell’arte con il simbolo rosso del legame ultraterreno, assurgendo esso a firma del suo modo d’essere nella vita. La medesima che precedentemente le negò il coesistere con suo fratello, morto prematuramente lungo i percorsi del vivere. Ecco, che la giovane ragazza, si ritrova a gestire un mondo a sé giustamente ignoto, quello del dolore. Col tempo, è riuscita a trasformarlo e condurlo nel suo esistere di un’infinita sfumatura del colore rosso e sintetizzata dal filamento che unisce le sue donne senza volto. Come ben sapete, nella realtà attuale il più delle volte è richiesto un target d’immagine, sostanzialmente frainteso: quello della bellezza. Ma, a mio avviso, cosa essa sia non lo sa nessuno, neanche chi quei cosiddetti standards li ha scelti. Lei, ad appena vent’anni ha compreso l’interposizione tra volto e persona; o meglio detto tra immagine e personalità. Lo fa, eliminando il volto dai suoi soggetti femminei, in modo che l’ interlocutore possa interpretare la figura a suo piacimento. Se potessi interagire di persona con voi che state leggendo, suppongo vi direi che non si può aggiungere nulla con le parole, poiché questo è uno di quei momenti in cui il silenzio è più significativo, visto che parla l’intelligenza. In sintesi, l’interlocutore (come da lei stessa definito colui che interagisce con le sue opere d’arte) può osservare le sue creature per poi definirle come meglio crede. Un’interpretazione soggettiva, dunque. Mi chiesero cosa fosse per me l’arte molto più frequentemente di quanto mi abbiano mai chiesto il nome. Se potessi direzionare il tempo nel percorso della mia esistenza, darei la seguente risposta: per me è la mente di Irene. La sua libertà mentale le permette d’intraprendere un percorso dedito alla considerazione soggettiva artistica. Ed è la concezione relativistica che le consente di far combaciare nettamente la sua mente col mio occhio sull’arte. Quest’ultima, è espressione della personalità e della conoscenza tecnica di ciascun operatore. A tal proposito Irene, con sapienza, mi ha spiegato come la digitalizzazione creativa è al giorno d’oggi così attualizzata, tanto da incanalarsi verso l’unilateralità della realizzazione d’opera. A fronte dell’evoluzione progressista, la progettazione digitale assurge a necessità elaborativa previa, per poi procedere alla creazione manuale. Quindi, per Irene nei giorni attuali il digitale ha preso il posto del manuale con la sola differenza ch’ ella riconosce la necessità di progettazione manualistica, in quanto è basilare la conoscenza progettistico-creativa completa. La consapevolezza dell’agire, inoltre, deve essere associata a un elemento imprescindibile secondo il pensiero di Irene, ossia l’anima.
“L’anima c’è sempre sta a te metterci la personalità”


Questa è l’esplicazione conocettuale-artistica che mi riserbo di avere nella mia vita. Un punto di vista soggettivo e relativizzato dall’individuale contributo di ciascun artista. Colui che, secondo Irene, “…deve instaurare un rapporto con l’interlocutore. Deve andare oltre e portare alla riflessione, creando un dialogo con il pubblico…“. Quindi, è importante instaurare tale relazione, uno scambio comunicativo a posteriori, in quanto si realizza a opera fatta. Come spiegato a monte del discorso, è ciò che la porta a creare dipinti di donne prive di volti in quanto ciascun osservatore può vedervi ciò che preferisce e sentirsi parte dell’opera. Irene, vive l’arte come parte istitutiva della sua vita non potendo scindere la reciproca interconnessione tra sé e le sue opere. In essa vuole inserire il terzo osservatore per vivere nella mente altrui, secondo la loro visione. Ed è proprio nella libertà che nasce la sua volontà di dedicarsi alla scultura. A differenza della pittura, è priva di bidimensionalità e ciò le permette di sperimentare le sue abilità artistiche. Dar forma a un’ opera scultorea, le garantisce di formare una parte di sé, al di là di ogni regola limitante.
“La scultura ti permette di fare tutto, mi fa sentire più libera”


Ecco, appunto! Questo è lo scopo dell’arte per lei: andare oltre. Superare quell’emisfero concettuale rivolto all’elaborazione mentale di ogni sfaccettatura della vita. Andare oltre il pensiero, dal quale diparte lo spessore mentale e creativo, tant’è che l’ ha avviata allo studio liceale e accademico artistico. Il pensiero è perciò la base della creazione; il concetto da cui parte l’idea di realizzazione d’opera. Ed è stata proprio la sua forma mentis a permetterle di avere un unanime assenso dalla comunità in cui vive, che ha sempre apprezzato la sua originalità. Lungo lo scenario paesaggistico della “Perla del Sannio” (così definita Snat’Agata de’ Goti per la sua impronta paesaggistica) Irene ha trovato conferma del suo pensiero artistico, avendo come modello di riferimento quello materno, degno di essere denominato tale per i valori trasmessi alla figlia.
Sulla falsariga di questo sfondo di vita, Irene impone la sua arte e lo fa superando l’inquietudine che l’ha travolta per la perdita del fratello. Nella solitudine è riuscita a metabolizzare il dolore, dando luogo a una riflessione costruttiva su se medesima e la sua volontà di diventare un’artista.(Senza saper che in realtà lo è già, proprio per l’umiltà con cui non si riconosce come tale). La conclusione di questa ricerca introspettiva è racchiusa nell’accettazione del dolore , visto come legame indissolubile segnato dai fili rossi, che superano il tempo e lo spazio. Gli stessi che firmano i suoi dipinti, simboleggiando il nome di suo fratello in ogni sua opera.
“Il dolore cos’è?”-Le chiesi.
Il dolore è riflessione. Dal dolore nascono grandi cose. In esso ho cercato il positivo e ne ho tratto un’opera d’arte“.- Mi rispose.


E, Irene le ha dato vita. Lo ha fatto con un lenzuolo di un metro e mezzo, su cui ha dipinto una donna senza volto raggomitolata su se stessa e segnata dai fili rossi. Il dipinto dà voce a un richiamo attualizzato dalla realtà del 2020, aggredita da un virus pandemico in lotta contro la libertà personale del mondo. Quel richiamo è un urlo disperato di darci tempo. Lo stesso che richiedono in “I migliori pensieri” gli artisti del calibro di Dj Gruff e Clementino quando scrivono che “…se decidete che finisce qui, datemi almeno il tempo di salutare chi amo…”.I cantanti si sono uniti per dare una risposta significatriva all’urlo di libertà che invade il mondo del 2020. Dateci il tempo, se non di vivere, almeno di salutare chi amiamo. Ed è in quel tempo che s’intrecciano gli indimenticabili fili rossi, unificatori delle loro anime nel mondo e oltre. Per questo meritano di non essere mai slegati.


Irene nasce e cresce a Sant’Agata de’ Goti, in Campania, dove consegue il diploma di liceo artistico e prosegue lo studio accademico a Napoli. Ha uno spiccato senso introspettivo del mondo e dell’arte, che qualifica come parte integrante di sé. La sua aspirazione consiste nell’affermarsi nel mondo artistico-culturale, come propositrice di un’arte interattiva e comunicativa. Mentre, la sua mentalità artistica è qualificabile come relativistica, in quanto per la talentuosa ragazza emergente …

“…l’arte è liquida e sempre in movimento così come la società. Gli artisti creano oggi utilizzando qualcosa di già esistente e lo trasformano in un’opera nuova e diversa dall’originaria. Con ciò non sto asserendo che nel mondo attuale non esiste l’originalità, poiché ognuno di noi ci mette la sua particolarità. La base della realizzazione è prima di tutto il concetto ideale che di essa si ha nella propria mente. Del resto, essa va usata e puoi farci tante cose, come pure un’opera d’arte.”

Irene Nhien

Così, si è svelata la ragazza di spessore che mentre cerca di stupire il mondo con la sua arte, ha stupito me con la sua anima. Questa è Irene. L’artista dei fili rossi.


Cosa rappresenta l’arte per te?
L’arte per me è interattività. Un mezzo per far riflettere su ciò che ci circonda e sul passato, presente e futuro. Essa è libera,illimitata e ha degli scopi. Consiste nel riprodurre, autorappresentarsi e rappresentare le esperienze umane.
Quale tecnica prediligi?
Utilizzo tutte le tecniche che mi passano per la testa e magari quelle che noto siano più adeguate, dai pennelli alle bombolette, all’aerografo, fino alle tecniche miste. Acrilici, pittura ad olio, smalti.
Come nascono le tue creazioni? Cosa t’ispira?
Se mi sento ispirata inizio a progettare un nuovo lavoro, prendendo spunto dal mio umore e da ciò che mi circonda. Il mio stato d’animo in primis. Lo sento dal profondo e poi tramite varie bozze che realizzo su carta cerco di capire, quale più lo rappresenti. E così, comincio.
C’è un artista che ti ha ispirato maggioramente?
Non ho solo un artista che apprezzo. Seguo l’arte contemporanea in generale, poi tratto pittura e scultura per cui oscillo tra Num June Paik and The Brothers Chapman a Ana Mendieta, Rebecca Horn e Merlene Dumas. Non ho una preferenza, sono affascinata da una varietà di artisti. Ho solo vent’anni e sto iniziando a scoprire la mia strada.
Cos’è la felicità?
La felicità!…la felicità completa la raggiungerò quando avrò conseguito i miei obiettivi.
Cosa non potrebbe mai mancare nella tua vita?
La mia vita in sé e per sé.
Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Lasciare il segno in questa società con la mia arte e la mia pittura.
Chi è Irene?
Una giovane che punta troppo in alto. Ancora in fase di crescita artistica e culturale.

Quale messaggio vuoi lasciare ?

Dal dolore nascono grandi cose.

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