LUCIA PINTORE

VITA DA SOMMELIER

Lucia Pintore, prima donna ad essere stata nominata migliore sommelier d’Italia nel 1987. Simbolo d’apertura femminile nel mondo del vino. Cosa ha significato per lei quell’avvenimento?

Il mondo del vino e della comunicazione riversò su di me molta attenzione,  non per il fatto che una donna si occupasse di vino (la storia è testimone che tante sono state le donne ad occuparsene ben prima di me), ma per il fatto che un campionato italiano venisse vinto per la prima volta da una donna. Quest’attenzione nei miei confronti mi rivestì di una grande responsabilità, non volevo deludere. Cominciai con rifiutare facili ingaggi, effetti speciali, facili guadagni che mi venivano proposti, non mi andava di essere presente ovunque e non volevo essere un fenomeno da baraccone. Ho rifiutato tante proposte perché non le ritenevo edificanti, anche programmi televisivi che volevano far finta di occuparsi di vino.

Da subito ho rifiutato l’etichetta di donna del vino , ho sempre creduto che distinguere la professione per sesso sarebbe stata una ghettizzazione nel campo professionale. Del resto i colleghi, non avevano precluso la mia entrata in campo vinicolo, anzi mi avevano fortemente incoraggiato, la stessa giuria del concorso era totalmente maschile. 

Cosa ha determinato la sua scelta di approcciarsi ad una particolare professione come quella del sommelier? E’ stato un caso, volevo solo curiosare nell’argomento e invece mi trovai dentro senza rendermene conto. Iniziai con un corso e uno tirava l’altro sino ad arrivare al  concorso Nazionale, poi all’Europeo e  a due campionati mondiali.

Chi era Lucia Pintore all’epoca?

Ero una ribelle, una persona libera, fiera, orgogliosa, una rivoluzionaria, un’anarchica individualista. Non volevo padroni e non volevo essere serva di nessuno. Mettevo subito il mare fra me e chi voleva impedirmelo. A volte lasciando la Sardegna altre volte, per lo stesso motivo, ritornando. Non amavo dare spiegazioni, se subivo una scorrettezza o non venivo intesa tagliavo corto.

Essere donna e cercare di sfidare il mondo solo con la propria professionalità è più difficile di ciò che appare. Ma lei ci è riuscita. Chi era Lucia Pintore prima di quella scelta?

Non mi facevo trascinare da personaggi in vista e pur avendone conosciuti tanti non li usavo per i miei interessi. Ero giovane, graziosa, grintosa, indipendente, volevo gestire la mia vita senza l’aiuto di nessuno e detestavo i compromessi. Per me il fine non giustificava i mezzi. Gli ostacoli li ho trovati ma mi hanno fortificato, non sono mancate lacrime ma non le esibivo.  Ho continuato a studiare sino a classificarmi alle varie finali di campionati Europei e mondiali. Non li vinsi, mi classificai sempre fra i primi 5 o 6 . Ero un’autodidatta che si ispirava ai grandi.

Il gusto è conforme alla rozzezza dell’intelletto: ognuno beve il vino che merita. Frase da lei ribadita.  Quanto c’è di Lucia Pintore in queste parole di Emile Peynaud?

 Tanto, ne sono convinta al 100%.  Non si spiega perché tante persone si emozionano davanti a un bicchiere di vino ossidato, stanco di vivere o difettato, insignificante quando va bene e sono contenti solo per aver identificato qualche sentore (non importa se non è un pregio nel vino o  un errore agronomico, tecnico o enologico). Evidentemente bevono quello meritano.

La particolarità del suo lavoro consiste, a mio avviso, nella capacità di riconoscere un vino. Ma quali i criteri? In altri termini, come si capisce il vino?

Riconoscere un grande vino dovrebbe essere più facile, riconoscere la sua pochezza richiede maggiore attenzione, competenza, esperienza, obiettività e onestà.

E’ indispensabile conoscere pregi e difetti e saperli identificare,  esaminare il vino senza farsi condizionare dal sentito dire, usare i sensi che vanno opportunamente educati.  Ispirarsi ai grandi maestri, avere l’umiltà di ascoltarli per migliorare le proprie capacità e non ispirarsi agli urlatori del momento che confidano negli effetti speciali per stupire chi li ascolta.

Nel vino si deve esigere estetica, piacevolezza, eleganza che rispecchi i traguardi che gli studi sulla materia hanno permesso di raggiungere.

Come considera la produzione vinicola italiana e soprattutto quella sarda? Quali le differenze con l’estero?

Non si può generalizzare,  ovunque ci sono vini buoni, a volte ottimi e spesso banali o con problemi. Il vino non ha patria e neanche i difetti che lo colpiscono, sono uguali in tutto il mondo. Ovunque possiamo trovare validi interpreti e anche tanti improvvisati. La speranza è che la moneta cattiva non scacci la buona, purtroppo, spesso succede.

La degustazione: c’è chi sostiene che degustare il vino è un’emozione e si vive un momento sensoriale magico. Cosa ne pensa?

Non concordo. Dipende  dal vino. A volte è solo normale amministrazione.

Come si è formato il suo gusto?

 Studiando e degustando vini, cercando di capire e  di scendere in profondità nella degustazione, senza farmi abbagliare dall’apparenza. Mi sono sempre soffermata sui particolari  e  non ho mai accettato qualcosa di poco gradevole accompagnasse il mio pasto.

Quale vino potrebbe definire come un amore a prima vista”?

Sono vini diversi per momenti diversi, come gli amori a prima vista non sai se avranno un gran valore o se saranno fuochi di paglia.  Non è detto che un amore a prima vista sia il migliore.

Introdursi nella professione:  Un consiglio che vorresti dare a chi si avvicina a questo mestiere? 

Essere umili,  passionali,  molto attenti, seri e più discreti.

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