MICHELE MANGONI


L’unicità dell’essere e dell’arte


“Io voglio essere unico e realizzare ciò che i nostri occhi vedono”


Un’esplicazione concettuale quella del Mangoni che riversa nel suo lavoro in tutte le più ampie sfaccettature del termine. Ma come vada intesa la sua unicità interiore va rapportato straordinariamente alla visione totalizzante dell’arte, intesa come il tutto e non creazione in sé. In altri termini essendo l’arte in tutto, egli la realizza attraverso ciò che gli possa permettere di darne vita. Ma essendo quest’ultima “alternarsi di salite e discese” come egli stesso asserisce, non sempre ci possiamo ritenere pronti a recepire quali strumenti ci potrà fornire per realizzarci. E, nel caso di Michele per realizzare se stesso nell’arte, che null’altro è che la sua unicità. Ma come accade per ogni profilo unico, le diversità ne hanno determinato l’esistenza stessa, perciò laddove l’arte rappresenti l’unicità, la diversità risiede nei vari strumenti utilizzabili per raggiungerla e soddisfarla. Il tatuaggio è uno di questi. Un lavoro quello del tatuatore che è giunto in divenire. Molto spesso accade nella vita d’intraprendere vari percorsi professionali mossi dalla convinzione di percorrere la strada che ci è stata indicata dal gusto personale. Durante il suo dispiegarsi però ci si accorge di non volerla proseguire poiché si è concretizzato davanti ai nostri occhi quel bivio che comunemente chiamiamo scelta e che determina quel cambiamento di rotta che mai avremmo pensato di seguire. Sembra, talvolta, che il nostro cammino sia determinato da forze esterne che neanche noi conosciamo e capiamo, ma che agiscono libere portandoci dove mai ci saremmo aspettati di arrivare.


Il vivere, a volte, ci conduce in vie impetuose, irriconoscibile ai nostri occhi per via dell’incessante indecisione che ci accompagna nel conoscersi. Cos’è il vivere se non questo? Se non, il conoscere se stessi. Ma l’esplorazione è lunga e implica l’infervorarsi nella nostra più intima compagna di viaggio, la nostra anima. E come capire codesta? Non ci è dato saperlo. Ci è dato solo scoprirla. Ed è ciò che ha fatto Michele quando è entrato in contatto col mondo del lavoro, sperimentando il proprio sé nel reale, nel momento in cui per costruirsi ha eseguito svariate attività lavorative inclusive di quella maledetta precarietà, ben conosciuta nell’attualità dei giorni. Dalla manovalanza all’insegnamento di pittura e scultura ai bambini, alla pescheria fino ai lavori giornalieri che un individuo può svolgere per guadagnarsi il vivere e che lo hanno portato implicitamente a un’evoluzione interiore desolante, quasi di automatismo nello svolgere l’attività lavorativa. Così accadde a Michele quando dopo aver svolto svariate professioni accessibili nel quotidiano, ma che ben poco hanno a che fare con l’arte.
Proprio qui nasce il dilemma: vivere il quotidiano o ricercare quell’ingegno artistico tramandato per via generazionale? L’arte di cui Michele è figlio è quella fotografica, trasmessa dal nonno già in dimora privata poi successivamente dal padre che con il suo studio di fotografia nato nel 1978, ha dato vita a ciò a cui è legato maggioramente: imprimere la realtà attraverso la figurazione. Un elemento di nascita, questo, significativo della cultura dell’arte famigliare che si promana da padre in figlio incarnandosi nell’animo dei discendenti. Questa necessità artistica si vede trasportata nella professione che attualmente svolge, ma nell’animo dell’esecutore, come egli stesso predilige definirsi, permane la passione per la professione fotografica esercitata per ben dieci anni e che ora svolge in caso di servizi proposti. L’idea della fotografia nel tatuaggio è tanto originale quanto disarmante, poiché qui risiede il sunto della visione totalizzante dell’arte. Essa è il tutto, ma esso nasce dalla fotografia che Michele custodisce nella sua natura alternativa d’esecutore fotografico di tattoos. Agli occhi dello stesso, il fotografo è colui che ne ha potuto conoscere l’essenza attraverso il vivere tra la nascita e l’evoluzione fotografica. Colui che ne conosce ogni sfumatura tecnica, ma anche emotiva da permettergli d’acquisire la conoscenza piena della fotografia. Il vero fotografo, è dunque colui che gliene ha trasmesso la conoscenza, ossia il padre, colui che nel corso della sua esistenza ha fatto della fotografia una forma di vita.
Il principio generatore della personalità artistica di Michele è proprio il mondo fotografico nel quale nasce e si sviluppa. Il filo sottile che lega la fotografia al tatuaggio è ravvisato nell’imprimere eternamente una copia della realtà realizzabile solo laddove la mano dell’operatore sia addestrata a ciò. Così come nella fotografia la mano dell’uomo determina la foto, previa conoscenza dell’essenza fotografica, nel tatuaggio realistico la mano dell’esecutore deve essere abilitata alla delineazione dell’opera, in quanto essa stessa “è la realtà che i nostri occhi vedono”. Il tattoo dunque cambia accezione: diventa il reale o una copia di esso ritratto sulla pelle, parimenti alla costruzione pittorica. Il predetto dilemma introsprospettivo sulla decisionalità di seguire l’ingegno fotografico o sostenere la vita quotidiana si scontra con la necessità di sostenersi e trovare il proprio spazio nel mondo lavorativo, il quale molto spesso non lascia spazio all’arte, né alla passione. Così facendo, esso, inificia l’inclinazione artistica e favorisce il senso del dovere, generando l’avvilente automaticità del vivere. Questa desolazione intima e sempre più comune al giorno d’oggi, forse più di quanto si possa comprendere, lo conduce a una scelta elaborativa del sé, messo in pratica nella realtà conn il quesito “sono felice?”.


La ricerca della felicità con il tatuaggio


Svariati modi di ricercare se stessi nella realtà dell’oggi si presentano ai nostri occhi senza notarne l’essenza e ti modellano inconsapevolmente, nella vana speranza di provare quell’emozione che l’uomo di per sé ricerca: la soddisfazione del proprio ego nell’altrui persona. Il tatuaggio, perciò, diviene il mezzo per rendere felice la persona. E, Michele non vuole essere l’artefice della tristezza altrui. Questa è la sua modalità di trarre l’arte dal mondo.
La ricerca della felicità combacia con l’appagamento di dipingere la pelle di chi decide di dare un senso artistico al proprio corpo. Sebbene io abbia sempre asserito che il tatuaggio sia la forma espressiva di per sé affermativa della sua natura artistica, con Michele ho scoperto una nuova considerazione della stessa e una diversa modalità di vivere l’arte, inquadrata nella totalità, piuttosto che nell’unicità. Vi è dunque, una contrapposizione in termini, esemplicativa della sua personalità: l’unicità dell’essere si contrappone trasversalmente alla generalizzazione dell’arte, vista come il tutto. “Tutto è arte” , questo è il concetto base della sua evoluzione artistica che ha trovato espressione nel dipinto sulla pelle. Michele si approccia al tatuaggio tramite l’arte e non, invece, il contrario.
“Tu diventerai la mia forma d’arte che va in giro per il mondo” – dice Michele a se stesso quando pensa alla forma artistica del tattoo.

La ricerca della felicità e della totalità dell’arte, viene qui a coincidere con una sublime suspicazione della riuscita realistica della tela che si delinea nella mente artistica di Michele come il corpo delle genti. Ma, laddove questo concetto trova una veste di novità e originalità ha dovuto plasmarsi a chi delle proprie doti ne ha fatto una professione. Colei che nel tatuaggio vive e ci si è costruita; colei che ogni giorno dedica la sua vita alla realizzazione dell’arte sul corpo altrui, Alessandra Bellisai.
Quando Michele trova a confrontarsi con i suoi ideali arrtistici nell’applicazione degli stessi all’interno del mondo del tatuaggio ha dovto affrontare chi di contro l’arte la vive sulla propria pelle e la identifica nel tatuaggio, quale forma espressiva viva e simbolica. Colei che ha dato vita al fulcro artistico dell’Eternity 17, lo ha posto davanti alla realtà del tatuaggio da un’ulteriore punto di vista, quello dell’eternità. Come? Semplicemente con la riflessione. Quando si decide di dar vita a una tela pittorica, la possibilità di una sua determinazione temporale è implicita alla realizzazione stessa dell’opera a differenza di quanto accade con il tatuaggio, che permea nell’animo delle genti tramite la decorazione del corpo.
“Il tatuaggio non è una tela, le persone se lo portano a vita” – disse Alessadra a Michele, portandolo così a una riflessione più profonda che funse da perno generativo di una nuova mentalità artistica ossia, quella della visualizzazione del corpo come esternazioone eterna della propria arte, non appunto come una tela. Quando la curiosità incontra l’anima non può che fermarsi davanti ad essa e spostare il proprio baricentro, (figurativamente inteso) nell’ascolto di ciò che solo essa può emanare, ovverosia la passione. Quando Michele seppe dalla cugina che lo shop Eternity 17, cercava un collaboratore realistico, decise di mettersi alla prova per poter dar sfogo a quel “sé ” unico e alternativo di cui sopra. E per farlo scelse i due mentori, Alessandra e Simone, che nella loro semplicità e umiltà hanno determinato in lui l’ispirazione. Quella dannata, ma necessaria linfa di cui ci si nutre per dar vita a una propria creazione artistica che può essere multiforme, ma che nella fattispecie prende vita nel dipinto sulla pelle. Ecco l’obiettivo di Michele: dipingere sul corpo altrui con l’obiettivo di riprodurre fedelmente la realtà dell’immagine. L’esigenza di realisticità figurativa non preclude a Michele di dare un’impronta simbolica al tatuaggio. Così fu quando decise di tatuare sulla pelle di un suo caro, Poseidone che sconfigge un granchio infilzandolo con un tridente, esemplificativo di una vicenda personale raffigurata di suo pugno. Vediamo, dunque, come la vita possa prendere forma e senso nell’arte, divenendo essa stessa tale.


Quando Michele si decise di presentarsi allo shop per iniziare il suo percorso, lo fece proprio il giorno del suo compleanno, in modo da cominciare la sua nuova vita, come simbolo traghettatore lungo un nuovo mondo con a capo un mentore, istruttore di vita per la sua semplicità con la quale Simone diede il benvenuto all’arte di Michele…“Noi non abbiamo nulla da insegnarti, lo capirai tu…” . E, così, prese piede il nuovo percorso di Michele nel dipinto sul corpo, trovando da un lato la felicità dal sorriso dei clienti soddisfatti e dall’altro un esempio professionale da parte di Alessandra e Simone, che vivono nell’eternità artistica. Ma, a onor del vero il suo “pre-inizio” fu deciso dalla determinazione di due compagni di vita del Mangoni, cioé l’amico Zio Momo e il cugino Peppi, i quali si proposero di farsi tatuare per primi in modo da permettere all’amico d’intraprendere questa professione. E come sigillo d’inizio lo Zio Momo porterà sempre con sé il tatuaggio che segna l’ingresso di Michele nell’eternità dell’arte di Alessandra e Simone.

Nell’eternità della FamiliaInk.


L’arte di Michele non si è fermata nel corso del tempo e ha trovato la massima espansione nella sua più vivace forma, quella della pittura e della sculture. Michele ha così dato riprova di sé, creando arte anche in fase di quarantena da Covid-19, soprattutto nel settore della falegnameria. Le sue doti non sono univoche e necessitano di trovare spazio in svariati settori artistici. Ad ogni modo la sua abilità rimane quella di trasformare un oggetto grezzo in un opera d’arte.

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