PAOLO IAVARONE

GUARDA LA MIA VITA E CI PUOI FARE UN FILM

“Non puoi rivivere la paura di sbagliare. Il fatto è che non devi avere paura”.

P.Iavarone

La paura del vivere o vivere nella paura? E perché non esorcizzarla semplicemente rendendo immagini le idee? Perché il talento non lo costruisci, non lo crei  ma lo possiedi. O, invero, è lui a possedere te? Quesito incerto, così come la risposta che merita. Più che un’alternativa, la considero un’inclusione, in quanto il talento ingloba te e viceversa. Lo esplori costantemente fino a sospirarlo nei tuoi silenzi, quelli che prendono il sopravvento e ti perforano l’udito che mira a perdersi quando deve ascoltare la voce interiore che suggerisce cosa in realtà si desidera percepire. Come ascoltarla senza averne paura? Poiché la vera lotta sta nello scagliarvisi contro guardarla in faccia e alienarla, non alienarsi. Come? Non lo si può programmare. Come poter prevedere la modalità con cui vincere te stesso mentre ne vedi il riflesso? Ne racchiudi la memoria di ciò che temi nel profondo sentirsi, annebbiando ogni visione di sé che non corrisponde a ciò che ci si era prefissati di essere. Poi, d’impatto arriva la vita a catapultare tutti i tuoi piani nell’oblio quando meno te lo aspetti. T’introduce alla paura  del vivere creando focolai di terrore e solitudine per sconfinarti nel peggior incubo umano, ossia star soli con se stessi. Parlarsi, guardarsi e riflettersi come in un film ti conduce quasi a vivere come se ti ci portassero dentro e nell’immediato doversi destreggiare con il nuovo te o, peggio ancora, con un’interpretazione di te messa in scena per la condizione artefatta che si è imposta nella tua esistenza.

Guardare la propria vita e renderla un film. Talvolta è la stessa a richiederlo quasi a consigliarti cosa cambiare, come e quando. Ti ritrovi privo di controllo, né potere decisionale sulla tua persona in sussistenza di un volere supremo pronto a inificiarlo. Un valore subdolo, nemico limitante della tua voglia di vivere ed esplorare: la paura.

“Non riesco a sognare a causa del Covid-19”

Se solo penso alla naturalezza con cui Paolo ha asserito ciò mentre lo osservavo durante l’intervista come di concerto virtuale, m’inquieto ancora per la problematicità del vivere a vent’anni una tale condizione esistenziale. Di contro però mi sbalordisco nello scoprire come abbia saputo tramutare alcune sue semplici idee in un cortometraggio, rivolto alla riflessione sulla paura, giustappunto.  O, per meglio dire una riflessione-monito che induce a non rivivere il timore di sbagliare o, in senso più ampio a non dovere avere paura. Ciò che Paolo Iavarone è riuscito a fare consiste nel trasformare in un’elevata forma artistica la pura e semplice analisi riflessiva su un problema interiore e introspettivo umano che accomuna ogni essere vivente in qualsiasi fascia d’età, seppur vissuta con un background differente. E, questo non è forse talento? Ha saputo racchiudere la sua paura in una pellicola riflessivo-sociologica per incoraggiare a non provarla, ma alienarla.

La crescita artistica di Paolo prende piede dalla musica, attraverso la conoscenza del basso, strumento che suonava. Il mondo musicale, però, non l’ha trovato ricettivo nel mostrare il suo Io artistico, poiché troppo palese come scenografia artistica. Paolo necessitava di una realtà d’arte più intima, privata, da vivere maggiormente nei retroscena in cui la sua vera personalità si sente a casa.

“ Ho cominciato il mio percorso nell’Arte con la musica suonando il basso, ma non lo sentivo mio in quanto devi farti notare troppo e stare sempre in prima linea per mergere. Decisi dunque di lasciarlo sentendomi però vuoto e con la costante paura di sbagliare specialmente quando mi sono approcciato al cinema. Lo considero più completo, onnicomprensivo di tutte le arti in essere  e strumento di estrema condivisione della tua idea d’Arte, perché la puoi mostrare a tutti. L’arte è soprattutto fruizione, deve essere alla portata di tutti. L’errore sta nel mettere se stesso prima dell’arte stessa e renderla oggettiva. Il cinema è libero, l’insieme di tutto.  E’ il tutto.”

Paolo Iavarone è un giovane talento che ha fatto sfociare la sua arte musicale in una composizione ideale più ampia, concretizzata nel suo dar vita a cortometraggi, assistito sempre dal fratello minore con il quale si sente legato da un forte rapporto solidale e di stima reciproca. Nato dunque in una famiglia di forte unione formativa e affettiva nei valori e nella creatività, Paolo si afferma con “The Buzzer”, il suo primo short film, vincitore di due premi presso il Festival online ( realizzato in tale modalità causa Covid-19)  sotto due categorie, quali Best Crime e Best First Time Director.

Il cortometraggio nasce dall’abilità del giovane aspirante regista di saper trasmettere le proprie emozioni, tramite la pellicola riducendo al minimo la possibilità di sentirsi estraniato in un mondo che le appartiene, quello cinematografico. Usa dunque la cinepresa per dar voce a spunti sociologici, legati però a stati d’animo interiori, non solo sociali. La nozione di paura viene di gran lunga sancita ed estrapolata dal cortometraggio in virtù dell’intento di condurre gli spettatori a infrangere qualsiasi timore di sbagliare, del vivere o in più generale di averlo e basta. In tal senso il titolo di questo pezzo c’introduce a The Buzzer a priori perché non si può più vivere la paura di sbagliare. “Non bisogna avere paura.” Il monito di Iavarone è esorcizzato con un atto estremo nel film, dietro il quale si nasconde il sogno mascherato come realtà.

“In realtà era tutto un sogno…” dice Paolo stesso.

Il cinema diventa un modo per fornire agli altri un po’ della propria esperienza dalla quale nasce sempre l’ispirazione, una forza motrice limitata dalle attuali restrizioni pandemiche.

“Laddove prima potevi uscire e trarre ispirazione, ora devi privarti di ogni contatto umano e sociale che sono un grande stimolo per la creatività. Inoltre a me piace far ciò che non sono ancora capace di fare, sperimentare e mettermi alla prova.”

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E, bisogna dire,  che ti è riuscito benissimo. Sei riuscito a rendere positivo un momento così compromettente, soprattutto a vent’anni. Paolo, però, ha sicuramente vinto la battaglia più conflittuale che la pandemia poteva porre in piazza: l’indifferenza. Attraverso la forma d’arte da lui preferita, il cinema appunto, vuole realizzare un nuovo short film che possa mostrare cosa significa o per meglio dire cosa ha significato vivere il Covid in fase di crescita e non.

Noi staremo lì a osservare cos’esso vi ha portato via, ad eccezione di sicuro del tuo talento che di contro ha fatto esternare. Quello, del resto, è inesorabile, in quanto nasce da una forte umiltà e inconsapevolezza tipica delle persone che ti accomunano del tuo circondario nativo.

“Se potessi rappresentare la civiltà d’oggi inscenerei sicuramente Taxi Driver, come simbolo consequenziale dello stato sociale pandemico. La solitudine e il reinserimento nel mondo, fatto appunto da soli…”

Paolo Iavarone sogna di dare la propria esperienza attraverso l’arte di rendere un’idea una sequenza d’immagini. A noi non resta che scrutarle.

In fondo da una vita può nascere un film…perché non starla a guardare?

“Guarda la mia vita e ci puoi fare un film.” – (Axos)

Harley Tokyo

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