PASQUALE SPARAGO

La vita raccontata in un drink


“Il bar è far felici gli altri”

“C han concesso solo una vita, soddisfatti o no qua non rimborsano mai e calendari a chiederci se stiamo prendendo abbastanza ….
Strade troppo strette o diritte per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po’, che andare va bene però a volte serve un motivo …”

2016

E così conobbi Pasquale … tra uno sguardo scrutatore e parole ritmate che intonano il canto del mio passato e fan rivivere ciò che il tempo brutale e silente, nella sua inesorabilità motoria, toglie: l’occasione. La stessa di ripetersi non soggiace a chi non dà tempo a sé di crescere e compie ciò che la vita le ha preteso troppo voracemente, in modo quasi brutale. L’occasione di fare, quella no! Nessuno la può eliminare se giace in te e hai solo la fortuna di incontrare nel tuo percorso di vita chi riesce a percepirla ed estrapolartela dalle viscere, manco la calamitasse nelle sue menti creative. Proprio lì risiede il talento di Pasquale, la sua creatività. Chi se ne nutre, non può non percepirlo, né trascurarla laddove trascende dalle vesti di chi ha nella mente un bisogno: dar vita a un nuovo modo di percepire la vita. La stessa racchiusa in mix d’emozioni che altro non è che la realizzazione di un composto alcolico dedito a dar soddisfazione momentanea , seppur nella longevità mnemonica, a chi del resto alla sua creatività si è affidato. Il creare … che discorso complesso tanto acclamato da chi non lo possiede nell’animo e tanto custodito da chi tra le mani o nella mente lo racchiude. La creazione di qualunque cosa parte dal nulla, in termini etimologici italiani, e il verbo in quanto in tale può includere un’azione. Di per certo, in tal caso non si può obiettare circa la sua sussistenza. Il creare fa originare la forma dal nulla: sicuri? Nel caso specifico, la mente di Pasquale non mi appare il nulla, ma invero la source de courage , che si esplica nella presentazione di un sapore alcolico capace di far gioire chi ne ha bisogno. La creazione dunque di ciò a cui Pasquale aspira: un sorriso altrui. Ma non quello che tutti sanno delineare tra i segni della vita impressi nel volto, bensì quello del cuore. Quello che nella mente di Pasquale si designa come obiettivo per dar vita al tutto, incluso in un bicchiere dal sapore dell’anima delle persone.
Poiché questi vogliono essere i suoi cocktails. I drink d’emozione, del sorriso altrui e dall’animo nobile.
Cosa intendo? Lo si deve vivere per percepirlo e sentire quella sensazione soggettiva che non si può descrivere, di bere un drink che parla di te.
La creatività del volteggiare acrobatico delle bottiglie durante la preparazione di un drink la si può associare a un percorso di nascita dello stesso, in una forzata metafora con la vita, o meglio la sua origine. Tutto ha un percorso originante.
Chi più complesso, chi meno. Soprattutto ciò che vuole arrivare all’anima delle persone poiché da essa trova origine. E come captarla? Dietro il bancone del bar. A occhi aperti, fissi verso il mondo altrui. Poiché il bar altro non è che il proprio essere nascosto nella velocità del movimento, nella competenza della miscelazione e utilizzo di shackering procedures. Ma è lì ad osservare chi vuole prenderne un po’ e farlo proprio. E, tutto ciò attraverso un drink. Un liquido di vita.
Questo è Pasquale.
Nulla di diverso dal suo bar.
E se dal nulla tutto parte, al nulla ritorniamo.
Poiché il nulla è il tutto, in tal caso.
L’origine del creare: la mente di Pasquale.

Pasquale Sparago

Muove i primi passi verso il bar grazie al suo istruttore Giuliano, dall’attuale University of Bartenders e procede con lo studio del flair e della miscelazione. Un giovane ribelle e sempre pronto ad affrontare la realtà circostante nel modo in cui essa glielo ha insegnato, ma al contempo oppresso dall’ignoranza che fa da contorno a un un’Italia del sud ben troppo conosciuta per essere ancora ignorata. Eppure la si continua a tacere. Ed è sempre lei la colpevole dell’espatrio giovanile che sta facendo impoverire le nostre terre. Lei, la codarda ignoranza antenata di tanti cancri italiani, tra cui l’emigrazione. La scelta fu immediata e decisa da chi conta veramente per Pasquale; un amico che lo sprona a vivere il suo sogno, e quindi a vivere sé. A Londra, arriva nel giro di pochi giorni, spinto da chi a lui è legato da una particolare legame, che ben pochi conoscono. Nel brutto e bello dell’amicizia la persistenza della necessità reciproca costituisce il fondamento. E, Antonio lo porta con sé a girare per quelle vie dal vento gelido e dal cielo mai libero dall’ombrosità, che si svela in te sviscerando quella conflittualità di chi ha un alter ego da soddisfare. E quello di Pasquale l’ha spinto dietro il bar con in mano i bicchieri e nella mente la creazione. Per opera di chi semplicemente crede in lui: un amico fraterno che gli parla con gli occhi, una famiglia che l’ha sempre sostenuto e affidato alla vita direttamente da un grembo materno amichevole e protettivo e dalle mani di un padre che, in silenzio, viveva lui tramite la musica.
Il punto d’orine è sempre quel “Voceanima” campano di Clementino, che rimbomba dentro per scappare da ciò che in quelle realtà assilla la mente di chi come Pasquale vuole un posto nel mondo per poter portare “l’italiano a Londra” e lasciare un segno di sè nel mondo del bar . Inventandolo.
Creandolo.
“Dedico il flair al cocktail. Alla persona che ho di fronte.”
La cura della persona è, e sarà, l’elemento primario del bar di Pasquale e del suo originale modo di vedere quell’angolo creativo.
Il drink con lui cessa di essere una semplice bevanda, frutto di una miscelazione alcolica e non. Ma, diventa la personificazione altrui; l’intercalare alcolico che regge il discorso tra chi parla, ossia le due anime: l’una la fonte della creatività, l’altra la concedente. Ma, entrambe stonate nel loro fluire dal drink, in quanto è lì che Pasquale ha racchiuso la vita di quella persona.
Una vita che vale la pena assaporare.

“Io ci metto l’anima e ciò che vorrei realizzare è la creazione di una nuova cultura del bere, rivolto non più all’estremo, ma al gustare. Perché gustare un drink significa gustarti la vita e non rovinartela per colpa dello stesso. Il bar è tutto da quando l’ho conosciuto e per realizzare i miei cocktails ho bisogno di vivere le persone, di osservarle e conoscerle per farsì che diano attenzione al mio lavoro, che non
è altro che far felici gli altri. E facendo ciò, rendo felice me.!”

Pasquale Sparago
2017


TRE ANNI DOPO…

Ci sono sguardi più comunicativi delle parole.
Lo compresi nello stesso momento in cui mi ritrovai a parlare con Pasquale e scrutai la sua personalità esplicarsi.
Quando iniziammo a parlare fu come non fossero passati tre anni. Eppure, ci siamo rincontrati proprio lì, sotto lo stesso cielo grigio londinese con percorsi diversi, ma con lo stesso modo di fare. Sempre “Urlando contro il cielo”.

2020

L’evoluzione professionale di Pasquale è proseguita con l’inclinazione che mi aspettavo. Decorsa la sua prima esperienza lavorativa, quale approdo a Londra, ha continuato la sua carriera al bar, dando ciò che ben pochi sono disposti a dare: la sua anima.
La vera rarità è poterla incontrare, ma quando la si coglie ti esastia. Dunque, non puoi non stargli accanto, seduto su uno sgabello ad osservarla.
Questo è l’approccio che qualsiasi estimatore della talentuosità altrui denota quando Pasquale sta al suo bancone, dietro al quale ha affermato se stesso.
L’affermazione di se stessi risulta essere una ricerca costante e assidua, in una realtà in cui l’avversità maggiore consiste nel trovare il proprio angolo di mondo. Qui si racchiude Pasquale, in quello spazio in cui con tanta naturalezza non riconosce ciò che la maggior parte delle persone rileva, il suo talento.
Esso non consiste solo nel rendere un drink un momento da vivere, ma egli fa del bere un’arte di cui il cliente o interlocutore ne è inconsapevole . La dote primaria interpersonale che lascia trapelare è la capacità d’osservazione. Capisce dall’approccio iniziale ciò che una persona desidera o a maggior ragione di cui necessita. Si conferma, dunque, la sua intenzionalità nel creare una nuova cultura del bere.
Molti, probabilmente nel leggere la parte dedicata a Pasquale si chiederanno come possa combaciare la preparazione di un drink con la concezione di Arte. Essa, risiede nella sua dote di realizzare una vera e propria creazione alcolica partendo da un’idea; un viso ispiratore; un’emozione vissuta che vuole riprodurre in un momento impresso nel tempo.
“In fondo basta ascoltare le persone.
Già da come si siedono, parlano, guardano o mangiano, capisco cosa berranno”


La composizione alcolica dunque è correlata all’empatia con il pubblico. Esiste una stretta correlazione tra chi lavora al bar per passione e la gente. Si chiama Necessità.
Necessità di capire le persone e la loro personalità per anticipare i loro gusti. Dietro un sorriso, un saluto risiede sempre una storia da raccontare. E, Pasquale lo fa d’istinto. Questa è la sua arte. L’arte di racchiudere la vita delle persone in un drink. E, tutto ciò lo fa senza l’uso delle parole. Pasquale è l’artista dei cocktails che non parla, lui osserva, scruta e capisce la gente.
Del resto le parole cosa sono se non un mezzo per coloro che non sanno comunicare in altro modo? La maggior parte di esse ha un suono così vuoto se non susseguito dai fatti. Credo che questa dote naturale lo aiuti nella realizzazione lavorativo-interpersonale. L’uso dello sguardo per capire una persona gli concede il talento di tradurre la loro personalità in un drink.
“…Sul drink ci fai una storia. .. Descrive la persona…”
Le doti personali si uniscono alla capacità professionale e alla conoscenza tecnica. Inoltre, il passaggio dal bar alla conoscenza delle floor rules, gli ha concesso d’ampliare le sue attitudini professionali, fino a diventare bar manager, per poi approdare nel gennaio del 2020 al centro di Myfair a Londra. Si deve riconoscere che la maggiore ostilità che ha riscontrato nel persorso lavorativo e’ senza dubbio la competizione.
Oggettivamente, molto attualizzata in un ambiente come quello dell’hospitality londinese, la competizione risulta essere l’ostacolo maggiore da affrontare. Ma questo non scompose Pasquale, che testardo proseguì il suo obiettivo: fare del bar la sua vita e trarne soddisfazione. E, lo fece nell’unico modo che lui conosce “…vincendo…” . Diede riprova delle sue doti, sacrificandosi e lavorando con dedizione. Questo gli permise di accrescersi e avanzare professionalmente in uno degli ambienti londinesi più ardui in cui sopravvivere. Non solo per gli orari lavorativi, ma anche per la professionalita’ a cui si aspira e che si vuole offrire alla clientela.
Ed eccolo! il “semplice uomo al di fuori dal coro”, come ci racconta il rapper Nitro, nella sua canzone Garbage in cui Pasquale si rivede e riflette sul suo “Io” problematico. Probabilmente, più per sé che per gli altri.
Quando un semplice uomo riflette su se stesso,riconosce implicitamente la difficoltà nell’affermare il proprio modo d’essere nella societa’ attuale che ti vuole conforme alla massa. Quella che ti porta a fare la tanto reclamata scelta giusta, che sempre avrà l’approvazione della coscienza sociale; della morale comune. Ma è la stessa che non ti renderà mai felice . Al di fuori della considerazione unanime di una scelta dettata dalla ragione, Pasquale decide d’imporsi dietro un bancone, creando un sé professionale. Lo ha fatto con gran senso del sacrificio, scarsamente riconosciuto oggigiorno, in cui ci si vuole solo affermare senza impegnarsi, a differenza sua che “..vuole solo qualcosa in cui credere, un punto nel quale convergere…” (Nitro-Garbage/ 1:40′). Per far ciò, ossia per mettersi a tal punto in discussione da cercare di capirsi, ha dovuto vivere da solo.
” .. Io, nella solitudine ho trovato me stesso..”


Credo personalmente che solo dopo aver parlato così profondamente a se stesso si possa sviluppare la capacità di raccontare la vita delle persone in un drink. Con un drink. Inoltre una sua ulteriore capacità è una della cose più ardue da fare nella vita. Un’inclinazione positiva che lo contraddistingue e che io ho perso negli incontri in cui mi sono inabissata nel corso del vivere. Quando gli chiesi come abbia fatto a far convergere il bar secondo il suo concetto innovativo della cultura del bere (non rivolto solamente ad assaporare il cocktail, ma a berlo e viverlo come un’esperienza di vita) mi diede una risposta siffatta: “Dò fiducia alle persone è semplice! E così mi sono fatto conoscere perché se non ti sacrifichi, non dimostri che gli altri possono fidarsi di te non ti riconosceranno mai come meriti”.
Questo è un dono, custodiscilo! Ti permetterà di vivere sempre in pace con te., in quanto come dici bene tu..”..Tutti ti vogliono bene, ma tutti ti vogliono cambiare…”.


Ecco, il rischio è proprio questo per chi come te riesce ad apprezzare così tanto la vita da fidarsi della potenziale sincerità altrui. Ma il fatto che tu ne sia cosciente ti permetterà di non concedere agli altri di cambiarti. Questo è un lusso che concederai solo a te stesso. Il cambiamento, laddove arrivi, è determinato solo da noi, dalle nostre scelte e dai nostri sbagli.
Da null’altro.
Per quanto tu possa riflettere su te stesso, riuscirai sempre a rispettare quel tatuaggio dalle parole di chi con la musica ti ha sempre accompagnato. Riuscirai a metter via “tutti i consigli, dicono è più facile, perché a sbagliare sono bravissimo da me”.
Ricorda! Noi siamo quelli tra palco e realtà, ma sempre al di fuori dal coro.
Semplicemente noi stessi.
Sempre con un drink in mano.

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