Rubrica d’Arte

di

 Ilaria Pitzalis

Vagabondare nell’arte è un concetto così introspettivo che non poteva non affascinarmi. Avere la volontà e le capacità per viaggiare in essa è sempre un indizio di elevata percezione artistica.

“Bagamunda”, (termine di lingua sarda che vuol dire Vagabonda) si presenterà a voi come una rubrica d’arte, proposta da Mostrarte con l’indiscusso intento di espandere l’arricchimento culturale di voi lettori appassionati, sempre pronti ad aprirvi alla conoscenza, grazie alla competenza tecnica e culturale di Ilaria, laureata in Filosofia e Storia dell’Arte.

In fin dei conti il Bagamundo non è altro che il nostro riflesso nell’arte, quel fanciullo che viaggia libero tra un dipinto, una scultura, una qualsiasi opera simbolo di innovativa o classica magia artistica.

Il Bagamundo non è altro che ognuno di noi nell’arte, basta solo saperlo ascoltare e permettergli di seguire la sua musa ispiratrice.

Ed ecco, quindi, che Mostrarte si unisce a Bagamunda per svelarvi ogni settimana come nell’Arte stessa ci si possa perdere, ma al contempo ritrovarsi.

Harley Tokyo

CHAD KNIGHT

di
Ilaria Pitzalis
chad knight È un digital artist che crea sculture 3d che sembrano quasi  reali - Dagospia

chad knight È un digital artist che crea sculture 3d che sembrano quasi  reali - Dagospia

Tra realtà e digitale

Colossi che si ergono dalle sabbie di un deserto; giganti vibranti di luce di colore che impressionano con la loro mole, che si staglia sul paesaggio naturale. Se vedeste queste immagini sicuramente le scambiereste per impressionanti opere di Land Art, ma vi sareste fuori strada, perché queste opere pesano pochi MB. Sono le opere che l’artista Chad Knight realizza interamente grazie agli strumenti dell’arte digitale: il suo account di Instagram, seguito da migliaia di utenti, è una carrellata straordinaria di immagini surreali, talmente realistiche da sembrare fisicamente esistenti. 

L'arte digitale di Chad Knight crea enormi sculture digitali | Collater.al

Knight, oggi uno degli artisti digitali più affermati, ci porta in un mondo diverso, eppure simile al nostro: in queste immagini la natura, sempre digitalizzata, non è solo lo sfondo delle sue opere, ma ci appare come la culla, il nido, dentro cui sono nati i suoi giganti, realizzati spesso attraverso l’utilizzo di schemi matematici che si possono rivedere nella natura stessa.

Le incredibili sculture digitali di Chad Knight meravigliano il web. Il  video - Stile Arte

Le sue “sculture” digitali emergono dalle viscere della terra, quasi fossero nati da essa, e si fondono perfettamente con la natura che li circonda; grazie ad un sapiente uso della prospettiva, abbiamo l’impressione che queste “sculture” siano vere, considerando che nella maggior parte di queste immagini Knight inserisce uno spettatore, che non solo serve ulteriormente a rafforzare il realismo della composizione, ma ci fa sentire partecipi di essa. L’arte di Knight, nonostante lo strumento utilizzato, è carica di rimandi all’arte dei grandi maestri, da Caravaggio ai Gentileschi, da Rubens a Coello, lo vediamo nelle pose e nelle evoluzioni del corpo: la tradizione che si fonde con il moderno, l’artificiale che abbraccia il naturale, l’uomo che si mescola alla natura.

Roberto Reitenbach on Twitter: "Chad Knight… "

Nonostante le “sculture” abbiano, in molti casi, l’aspetto di relitti di una civiltà ormai scomparsa, la loro visione non provoca angoscia o paura, ma meraviglia: sembrano quasi la manifestazione stessa della terra che mostra la sua forza e la sua bellezza. Questi giganti, così impressionanti nella loro mole, sarebbero molto probabilmente impossibili da realizzare fisicamente, ma i mezzi digitali, che ormai spopolano come nuovo veicolo per l’arte di oggi, ci consentono di immergerci nella mente di questo visionario artista.

Spectral by Chad Knight #chadknight... - UMSEEN
L'arte digitale di Chad Knight crea enormi sculture digitali | Collater.al
Chad Knight Art, Portland Oregon - Architecture & Design | Facebook
Chad Knight, 1976 | Digital sculptor | Tutt'Art@ | Pittura • Scultura •  Poesia • Musica

KEVIN CHAMPENY

DI iLARIA PITZALIS

L’arte irriverente del mosaico pop

Grandi fondali d’oro, minuscole tessere smaltate e ieratiche immagini di santi durante il martirio: queste sono probabilmente le prime immagini che balzano nella mente di ogni persona se pensa al mosaico. Oggi però queste associazioni sono decisamente riduttive perché esiste, nel panorama artistico contemporaneo, un’artista che ha ridato nuova vita a questa tecnica millenaria, trascinandola fuori dai manuali di storia dell’arte e usandola per raccontare con ironia le nostre immagini pop.

Kevin Champeny, nato a Beloit nel Wisconsin, ha fatto del mosaico la sua cifra stilistica; dopo aver studiato Arte al Beloit College, Champeny ha svolto svariati lavori, senza però abbandonare la sua vocazione. Solo nel 2016 la sua arte è stata scoperta e portata alla ribalta grazie ai social, dove oggi è molto attivo.

Le sue opere hanno come principali soggetti immagini prese dalla cultura pop, che vanno dai loghi pubblicitari più noti alle immagini delle principali personalità politiche degli Stati Uniti. Il tutto è rappresentato attraverso “tessere” che non sono altro che piccole sculture realizzate dall’artista stesso utilizzando stampi di silicone all’interno dei quali vengono fatte colare resine poliuretaniche di diversi colori; l’artista, pertanto, non rinuncia alla perizia e all’artigianalità dell’originale mosaico, ed è proprio questa grande cura che rende le sue opere straordinarie. Champeny utilizza tessere differenti per ogni soggetto dandoci così una diversa chiave di lettura; lo vediamo nell’immagine del Cristo agonizzante con la corona di spine, composto da una miriade di pillole e compresse, ma lo vediamo anche nell’immagini del presidente uscente Donald Trump, realizzato grazie a tantissime piccole mani che alzano il medio.

Le opere di Champeny sono fatte per essere viste sia da lontano per poi immergendosi nel mare di piccole sculture che costituiscono i soggetti, avendo quasi l’impressione di trovarsi in un’immagine frattale, come accade con le opere di Escher. Questi quadri ci invitano quindi ad interagire con loro e con lo spazio, spostandoci e muovendoci per cogliere nuovi particolari e dettagli.

In tutto questo è chiaro che definire Champeny come un mosaicista sarebbe eccessivamente superficiale, perché la sua arte viaggia a metà strada tra la pittura, la scultura e la fotografia, creando opere che in cui ogni persona può vedere qualcosa di diverso e personale in base alle proprie esperienze di vita, diventandone parte attiva.

CAGE E RAUSCHENBERG: GLI ARTISTI VISIONARI DEL XXI SECOLO

di Ilaria Pitzalis

Se il silenzio fa suonare la natura

È il 1952, Auditorium di Woodstock; il pubblico prende posto sugli spalti per assistere al concerto; fuori pioviggina e l’odore della terra umida del bosco vicino preannuncia l’arrivo imminente dell’autunno. Il sipario si alza e sulla scena domina un pianoforte a coda, mentre il fondale, composto da una serie di tele bianche e asettiche, riflette le luci e le ombre della sala; gli spettatori applaudono l’entrata in scena del maestro David Tudor. Tutto sembra pronto per cominciare; Tudor si siede al piano e apre lo spartito, ma qualcosa non torna, perché una volta poggiate le mani sulla tastiera non un tasto viene premuto per far vibrare le corde, per ben 4 minuti e 33 secondi. Il pubblico è basito: il silenzio invade l’auditorium, fondendosi con i mormorii degli spettatori disorientati e con il rumore della pioggia che picchietta dolcemente sul tetto del teatro. Molti vanno via indignati, ma chi rimane capisce finalmente il senso dell’ultima idea di John Cage, realizzata insieme a Robert Rauschenberg: il silenzio non è mai assoluto ma esalta i suoni inaspettati, quelli casuali, quelli della natura, esattamente come il bianco esalta e contiene tutti i colori.

John Cage e Robert Rauschenberg sono stati alcuni degli artisti più visionari del ventesimo secolo, capaci di indagare gli aspetti più sommersi dell’arte; i due si incontrarono al Black Mountain College, un istituto d’arte nato dalla caparbietà di John Andrew Rice che desiderava fondare una scuola di arte priva di accademismi, libera da costrizioni burocratiche e amministrative. Forse proprio per questo approccio estremamente libero sia sul piano accademico che su quello burocratico, la scuola avrà una storia parecchio travagliata, fatta di carenza di fondi e conti in rosso. Ma il Black Mountain aveva la capacità non solo di perseguire una totale libertà artistica per i suoi studenti, ma anche di metterli in contatto con i più importanti pensatori di quegli anni: era proprio così che si erano incontrati Cage e Rauschenberg, durante una lezione tenuta dal compositore alla quale aveva assistito l’ancora acerbo artista.

L’amicizia tra i due fu estremamente fruttuosa in quanto entrambi erano interessati ad indagare il vuoto e il silenzio, declinazioni diverse di uno stesso tema. Rauschenberg creo tele bianche, gli White Painting, in modo da ottenere superfici quasi riflettenti, in grado di registrare sul bianco le ombre, le luci e i colori dell’ambiente circostante, esaltando la casualità della luce ambientale. Per la “composizione” del brano 4’33”, fu determinante per Cage l’uso di una camera anecoica all’Università di Harvard: si trattava di una camera in grado di ridurre al minimo le vibrazioni sonore sulle pareti, creando un’ambiente che avrebbe teoricamente dovuto essere completamente silenzioso. Cage però riuscì a sentire dei rumori: il battito del suo cuore, il sangue che pulsava e fluiva nelle vene, il suono del suo stesso respiro. Il silenzio assoluto per Cage, così come il vuoto cromatico per Rauschenberg erano impossibili.

Il risultato di questa comunanza di intenti e di ricerca fu l’happening del 52. Il brano di Cage, 4’33”, un brano di totale silenzio strumentistico, venne accompagnato dagli White Painting di Rauschenberg, creando una performance artistica che rinnegava il silenzio e il vuoto, condizione impossibile, perché nel silenzio e nel vuoto era la natura stessa a suonare.

Una Parigi non proprio perfetta: la città di Tianducheng.

di ilaria pitzalis

Quanti di noi hanno sognato nella loro vita di andare a visitare Parigi, città meravigliosa, ricca di
storia e di fascino. Per noi italiani la Francia è praticamente dietro l’angolo e condividiamo uno
strano rapporto di amore-odio con i nostri cugini d’oltralpe, ma se siete americani o asiatici la
questione diventa decisamente più complicata, soprattutto di questi tempi; proprio in questi luoghi,
il mito di Parigi si è cementato ed è cresciuto grazie a film e romanzi. In Cina però hanno
semplicemente deciso di portare un po’ di Parigi tra le risaie cinesi: è la città di Tianducheng.
La città, che si trova nella provincia orientale costiera dello Zhejiang in una zona palustre, è stata
costruita nel 2007 e riproduce moltissimi luoghi ed edifici simbolo di Parigi, ma tutto
“perfezionato” e razionalizzato; alle nostre orecchie può suonare strana l’idea di copiare una città
unica come Parigi, modificandola per renderla più accogliente e logica. Per certi versi questa
operazione di riorganizzazione ricorda non poco i capricci, quadri di epoca barocca nei quali i
pittori univano, nella medesima scena, monumenti e resti archeologici che nella realtà si trovavano
a centinaia di chilometri di distanza; spesso in queste opere si poteva trovare la Piramide Cestia di
Roma a fianco alle rovine di Paestum e queste composizioni, molto in voga tra il pubblico europeo,
finivano per creare delle false aspettative su come fossero effettivamente le città italiane dell’epoca.
In fondo, anche Tianducheng nasce dalle aspettative disattese: la città, infatti, sorse per scongiurare
quella che gli psicologi hanno definito come Sindrome di Parigi, un particolare stato di alterazione
psicologica che colpisce soprattutto i cittadini asiatici, che partono per visitare Parigi aspettandosi di
visitare la città perfetta, ricca di arte, pulita, ordinata e glamour. Ma quando questi turisti si
scontrano con il problema di non essere capiti, sia linguisticamente che culturalmente, con i costi
elevati e con realtà degradate e pericolose come le banlieue, ecco che la magia di spezza e chi viene
afflitto da questa sindorma comincia ad accusare allucinazioni, manie persecutore e tachicardia.
Insomma, lo scontro con la realtà di ciò che rende Parigi una città vera, esattamente come tutte le
altre, ha portato una grossa società immobiliare cinese, la Zhejiang Guangsha Co Ltd, specializzata
nella costruzione di città satelliti, a costruire una versione “migliorata” di Parigi.
A oggi Tianducheng sta conoscendo una nuova fama, considerando che fino a una decina di anni fa
questa città era quasi disabitata, e bisogna aggiungere che la sua ricostruzione di Parigi è
notevolmente accurata, nello stile e nelle atmosfere: molte vedute sono state modificate anche per
renderle più appetibili per gli scatti fotografici, ma ciò che rende Tianducheng interessante è proprio
il suo scopo.
I falsi e le copie esistono da sempre, ma se un falsario realizza un’opera imitando in tutto e per tutto
l’artista originario, qui si è deciso di costruire un falso modificato, che potesse adattarsi al gusto di
una cultura estremamente lontana da quella europea, creando una gigantesca illusione, una realtà
fisica alternativa nella quale le persone possono vivere il loro perfetto sogno parigino.
Questa città ha anche attirato l’attenzione di un noto fotografo francese, Francois Prost, che nel
2020 ha sistemato in un piccolo libro fotografico, “Paris, China”, una serie di scatti di Parigi e di
Tianducheng, creando un dialogo e un confronto tra gli scenari simili delle due città; provate a
vedere se riuscite a riconoscere quale dei due skyline è Parigi, alle volte potreste rimanere sorpresi
dal risultato.

RODOLFO SIVIERO

di Ilaria pitzalis

Rodolfo Siviero: la spia che salvò l’arte italiana dai nazisti

La sua storia potrebbe sembrare uscita dalle pagine di un romanzo di Ian Fleming, ma le sue gesta hanno permesso di salvare, durante la Seconda Guerra Mondiale, alcune delle più importanti opere del patrimonio artistico italiano. Fu scrittore, poeta, storico dell’arte e spia, famoso per i suoi metodi rocamboleschi ma efficaci per salvare le opere d’arte di tutta l’Italia dalla furia depredatrice dei nazisti: questa è la storia di Rodolfo Siviero.

Rodolfo Siviero nacque a Guardistallo, provincia di Pisa, nel 1911. Nel 1924 il padre, un sottoufficiale dei carabinieri, si trasferì con tutta la famiglia a Firenze, luogo dove Rodolfo comincerà la sua formazione, intraprendendo gli studi storico-artistici all’Università di Firenze. Nel 1937 si recò a Berlino con una borsa di studio in storia dell’arte, ma si trattava solo di una copertura: l’obbiettivo del viaggio era quello di raccogliere informazioni sui piani della Germania per l’annessione dell’Austria per conto del Servizio Informazioni Militari del governo fascista. In effetti Siviero, in gioventù, aveva aderito al partito fascista, ammaliato dalle idee del regime riguardanti la salvaguardia e la valorizzazione dell’arte e della cultura italiana; già nel 1934 aveva cominciato a lavorare come agente per i Servizi di Intelligence. Tuttavia, sembra che già nel 36 Siviero avesse cominciato a nutrire molti dubbi sulla bontà del regime, come si evince dalle prime pagine del suo diario; il definitivo distacco dall’ideologia fascista arriverà con l’emanazione delle “leggi razziali” nel 1938, in quanto lo stesso Siviero era amico di numerosi intellettuali e liberi pensatori di origine ebraica.

A questo si aggiunse il fatto che già nei primi anni della Seconda Guerra Mondiale la Kunstschutz, l’unità militare dell’esercito nazista addetto alla “salvaguardia” del patrimonio artistico italiano, aveva cominciato a depredare musei e collezioni dell’Italia con il pretesto di portarli in luoghi sicuri in Germania per metterli al riparo dai bombardamenti, con la complicità dello stesso regime fascista; con l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943 il flusso di opere d’arte italiane verso la Germania divenne una vera e propria emorragia, tanto che fu lo stesso Siviero ad adoperarsi per riuscire a sottrarle dalle mani dei nazisti. Siviero si unì alla resistenza, diventando il tramite tra l’intelligence inglese e i partigiani italiani; nel 1944 riuscì a mettere in salvo numerose opere d’arte, tra le quali una delle più importanti è L’Annunciazione del Beato Angelico che Siviero riuscì a nascondere grazie alla complicità di due frati. La casa dello storico dell’arte Giorgio Castelfranco, amico di Siviero e al quale aveva lasciato la casa, che era dovuto fuggire per via delle leggi razziali, divenne il centro operativo della resistenza, ma nel 1944 Sivieri venne arrestato dalle forze di occupazione nazista e torturato nella famigerata Villa Trieste; riuscì resistere alle torture senza rivelare i nomi di chi collaborava con lui e alla fine venne rilasciato grazie all’aiuto di due repubblichini che in realtà erano spie degli alleati.

Finita la guerra per via delle sue azioni e dei rapporti con gli alleati fu scelto dal governo italiano per occuparsi di far tornare in Italia le opere trafugate dai nazisti: nel 1946 riuscì ad ottenere dal governo militare alleato in Germania la restituzione delle opere illecitamente trafugate dai nazisti prima e dopo l’armistizio. Nonostante l’accordo siglato tra l’Italia e la Germania nel 1953, che imponeva il rientro di tutte le opere italiane trafugate durante la guerra, comprese quelle trafugate con il beneplacito del governo fascista, molte opere non vennero restituite in quanto andarono disperse. Gli ultimi anni della vita di Siviero furono segnati dall’amarezza, in quanto il governo italiano si disinteressò della questione del rientro delle opere d’arte, ma egli continuò la sua opera di ricerca per tutta la vita, servendosi di una vastissima rete di informatori al livello internazionale.

Il contributo di Siviero alla salvaguardia delle opere del patrimonio artistico italiano fu enorme: suo fu il recupero delle opere dell’Abbazia di Montecassino, di più di 200 quadri degli Uffizi, delle opere di De Chirico, della Madonna col Bambino di Masaccio, della Danae di Tiziano e di tantissime altre.

Rodolfo Siviero morì nel 1983 ma l’eredità più importante che ci ha lasciato è stato l’ideale che ha ispirato le sue azioni, ossia che l’arte non è un semplice trofeo per abbellire i musei e i palazzi di coloro che vincono le guerre, ma è intrinsecamente al luogo in cui è nata; l’arte è parte fondamentale dell’identità di un popolo e di una nazione.

PRADA MARFA

Lussuosi miraggi nel deserto

Il vasto paesaggio americano ha sempre esercitato un grande fascino, specialmente per noi europei; in “On the road” Sal Paradise intraprende un lungo viaggio in auto insieme ai suoi compagni, seguendo le immense Routes che tagliano gli States da parte a parte: pompe di benzina scassate e squallidi motel punteggiano queste kilometriche strisce di asfalto riarso. Di certo, l’ultima cosa che potremo mai aspettarci di trovare in mezzo a questa enorme distesa di sabbia è una boutique di Prada.

No, non si tratta di un’allucinazione dovuta ad un colpo di calore, ma di “Prada Marfa” un’installazione del 2005, situata sulla Route 90 nel Deserto di Chihuahua, realizzata dal duo artistico danese Elmgreen & Dragset e costata 80.000 $. Prada Marfa è un’opera tanto singolare quanto fuori contesto nel luogo in cui si trova: una classica boutique di Prada con tanto di insegne nere e bianche, luci, pavimentazione. Ogni cosa ci fa pensare per un momento di essere finiti in via Montenapoleone a Milano e non nel deserto americano di Chihuahua. Il deserto, fin dagli anni 50, è sempre stata una location ideale per le installazioni di opere di Land Art, per la sua capacità di erodere, lentamente ma inesorabilmente, ogni costruzione dell’uomo; il deserto americano è ricchissimo non solo di altre opere di Land Art, ma anche di vecchi insediamenti umani in rovina, profetici scenari di ciò che accadrebbe se l’uomo, un domani, scomparisse dalla faccia della Terra.

Il destino di Prada Marfa, uno store di lusso perfettamente allestito e accessibile, con borse, scarpe, accessori perfettamente utilizzabili, scelti dalla collezione Prada di quell’anno, era di finire come tutti i piccoli insediamenti sorti durante la corsa all’oro del Klondike, lentamente inglobato nelle sabbie del deserto americano, quale critica alla gentrificazione, alla società consumistica moderna e che si insinua anche in luoghi impensabili come il deserto. Ma Prada Marfa è uno di quei rari casi in cui l’intento dell’installazione è cambiato in corso d’opera, in seguito ad un evento che in realtà era abbastanza prevedibile: tre giorni dopo l’inaugurazione lo store, lasciato come da programma incustodito, venne vandalizzato e saccheggiato della maggior parte dei suoi oggetti. Divenne a quel punto evidente che non sarebbe stato il deserto a prendere il sopravvento sullo store, ma gli abitanti dei piccoli paesi vicini. L’idea di partenza quindi subì un drastico cambiamento.

Lo store, in pochi giorni, venne risistemato, rimuovendo ogni traccia della violenza che lo aveva attraversato, ma ogni oggetto esposto venne allarmato con sensori di movimento e reso inutilizzabile: le scarpe in esposizione vennero tutte spaiate, lasciando solo la sinistra, ad ogni borsa venne rimosso il fondo. In fine, per buona misura, vennero installate numerose telecamere di sorveglianza e alla porta di ingrasso fu rimossa la maniglia. Prada Marfa è diventato in questo modo una sorta di fortezza, il cui interno è stato reso completamente inaccessibile, quasi a darci l’idea di un sogno, un miraggio del lusso e dell’esclusività che non potrà mai essere veramente raggiunto.

L’opera oggi è una tappa obbligata per ogni influencer o blogger ed è diventato un simbolo della cultura pop, tanto che nella serie Gossip Girl è presente un cartello con delle indicazioni fittizie per Prada Marfa. Chi, però, si imbatte casualmente in questo posto, percorrendo la Route 90, non può fare a meno di provare uno strano senso di inquietudine, come se avesse appena attraversato lo “specchio” di Alica: Prada Marfa non dialoga con la natura, a differenza delle altre opere di Land Art, ma dialoga con l’uomo attraverso il suo essere un soggetto tanto fuori contesto.